Recensione: Icons of Evil

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Era da aspettarselo. Dopo anni passati nelle retrovie del death metal, dopo dischi di qualità che avrebbero meritato ben altra considerazione tra il grande pubblico (Dawn of the Apocalypse su tutti), dopo l'exploit avuto con Dechristianize, i Vital Remains erano chiamati a porre il sigillo di una carriera in continua crescita, a dare alla luce un disco in grado di annientare la concorrenza, facendo avanzare i confini della violenza fatta in musica. Icons of Evil è tutto questo, il coronamento di diciotto anni passione e dedizione alla causa.

Le aspettative per un disco bomba c'erano tutte: la volontà della band di superare gli ottimi risultati di Dechristianize, la produzione affidata alle mani di Erik Rutan, il ritorno di Glen Benton dietro al microfono, e le dichiarazioni altisonanti di Tony Lazaro durante le fasi di lavorazione dell'album ("questo disco sarà il nostro Reign In Blood"). Tutti elementi che avevano acceso negli appassionati un'attesa smodata e che avrebbero potuto torcersi contro la formazione di Rhode Island, con il rischio di caricare troppo i fan deludendoli con un'uscita sottotono. Ma Icons of Evil non delude, anzi esalta, fa urlare di gioia, fa sanguinare le orecchie con un sound che si fa ancor più corposo e brutale rispetto al passato. Tutto è espresso alla massima potenza e velocità... Dave Suzuki sempre più distruttivo alla batteria, con una prova da applausi, chitarre affilatissime, che sprigionano cattiveria in ogni singola nota, con un Tony Lazaro, mastermind della band, più ispirato che mai in fase di composizione. Non ce n'è, mantenere alta la tensione in brani dalla lunghezza ben oltre la media del genere, con la violenza inaudita espressa a più riprese dal combo americano, riuscendo a inserire ad arte i consueti break epici/melodici, è un qualcosa che riesce solo ai grandi. E grandi i Vital Remains, per il sottoscritto, lo erano anche prima di Icons of Evil, un lavoro che dovrebbe finalmente portare tutti gli onori che meritano questi musicisti.

I Carmina Burana che aprivano Dechristianize hanno lasciato spazio a un estratto del film "La Passione di Cristo" di Mel Gibson, come a voler ribadire la dimensione ancor più dissacrante e brutale di questo disco. Aspettiamo l'inizio del massacro fin quando Benton ci urla "Where is your God now?", e a questo punto capiamo che il grande momento è arrivato... Icons of Evil è un fiume in piena che assale subito l'ascoltatore con la violenza e la classe propria dei Vital Remains, in cui alternano a meraviglia frangenti schiacciasassi e passaggi evocativi che rappresentano quanto di meglio i nostri riescano ad esprimere (al pari con Dechristianize, il brano). Assoli, ripartenze al fulmicotone, vocals a dir poco poderose -meglio inserite rispetto al passato nel cotesto dei brani e meno "filtrate"-, si protraggono per tutta la corposa durata del platter, con Scorned e Born to Rape the World, semplicemente splendida (provate a trovare al giorno d'oggi una canzone più intensa di questa). Ispirazione e cattiveria che piovono dal cielo con Reborn...The Upheaval of Nihility, in cui si fanno strada anche alcune parentesi acustiche che da un lato danno maggior respiro al brano, dall'altro enfatizzano ulteriormente la brutalità che fa da contorno. La cosa più sorprendente è che non si ha un solo secondo fuori luogo, un breve passaggio a vuoto, un leggero calo di attenzione, interamente rapiti dalla ferocia di pezzi come Hammer Down the Nails, Shrapnel Embedded Flesh, o In Infamy, meno costruiti e complessi ma altrettanto devastanti, con i nove minuti abbondanti di 'Till Death a portare anche nella fase finale dell'album un po' della maestosità della prima parte, con aperture melodiche pregevolissime, stupendo nuovamente in chiusura con una bella cover di Malmsteen, Disciples of Hell.

A suggellare un disco strepitoso dal punto di vista musicale, va aggiunto un artwork da urlo (curato da Kris Verwimp), a cui oggettivamente si può obiettare solo la scelta del soggetto, e una produzione praticamente perfetta da parte di Erik Rutan e dei suoi Mana Studios, sempre più a suo agio dietro alla consolle e punto di riferimento per il brutal death ormai. Arrivati al sesto album è giunto il momento per il duo Suzuki/Lazaro di raccogliere i frutti di un lungo lavoro e con Icons of Evil possono dire di aver composto un album che entrerà di diritto nella storia futura del genere.

Stefano Risso

Tracklist:

  1. Where Is Your God Now
  2. Icons of Evil
  3. Scorned
  4. Born to Rape the World
  5. Reborn...The Upheaval of Nihility
  6. Hammer Down the Nails (mp3)
  7. Shrapnel Embedded Flesh
  8. 'Till Death
  9. In Infamy
  10. Disciples of Hell

 

 

 
90