Recensione: Impact Velocity

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Possibile che dopo una vita di brutallamento un chitarrista decida di dedicarsi ad un genere musicale completamente diverso? Domanda interessante cui il signor Kristoffer Rygg, già un dì lontano di circa 15 anni fa, cercò di dar risposta.  Ora è la volta di un altro, illustrissimo nome: Mitch Harris, proprio lui, il chitarrista dei Napalm Death. Il nostro, dopo oltre vent'anni al servizio del grind, ha deciso di dare nuove vie alla sua ispirazione. Lo ha fatto con un progetto che egli stesso definisce come qualcosa di più di uno sfizio. E a giudicare dai nomi coinvolti ci crediamo eccome, anzi pensiamo che questi suoi Menace siano un vero e proprio supergruppo, che si presenta in pompa magna con un primo album, Impact Velocity, di sicuro ed indubbio valore.

Ma se non c'è brutal, dunque, a cosa stiamo andando in contro? Ecco, questa seconda domanda pare assai più complessa della prima. È fuor di dubbio che la proposta del quintetto americano si attesti su coordinate metal, pure le influenze sono molte e disparate, essenzialmente un incrocio di Stoner, Sludge, Jane's Addiction e alternative americano, per non dire proprio di Seattle.

I risultati, come detto, sono più che buoni, con la coppia di song in apertura che fa gridare davvero al miracolo. La prima, Sleep with your ghosts, bella tirata, veloce, coinvolgente, catchy, praticamente irresistibile con le sue chitarre catchy e il ritornello a martello. La seconda, Painted Rust, molto più ipnotica, avvolgente e malinconica, e supportata da un video promozionale da urlo grazie alla partecipazione di Ksenija Simonova (guardare per credere). Tutto perfetto, e sensazione che, qualsiasi cosa faccia, Mitch produca capolavori epocali.

Tale  sensazione viene confermata dalla ruvidosa I Won't See The Sun, una sorta di incrocio delle canzoni già citate, con un ottima cooperazione tra chitarre ed archi, unite ad un ritornello, ancora a martello, ma stavolta assai epico ed evocativo, mentre Everything and Nothing fa rivivere il miglior Perry Pharrell, sebbene con una carica di malattia anche superiore. Infine, sicuramente da citare la conclusiva Seamless Integration, dove fa capolino, in manioera neppure nascosta, l'elettronica dei Nine Inch Nails.

A questo vanno aggiunte altre sei canzoni decisamente buone, nelle quali nulla è sbagliato. Pure si ha l'idea che manchi qualcosa. Difficile capire bene che cosa manchi. Probabilmente il limite principale è che il songwriting non sia stato limato a dovere in tutto l'album, e che un gruppo di canzoni finisca per essere troppo omogeneo. Ragion per cui Impact Velocity non risulta indigesto (si tratta comunque di canzoni brevi e molto lineari) ma un po' piatto.

Detto in altre parole, il supergruppo Menace parte bene, eppure, visto il mondo in cui questo disco si era aperto, rimane un po' d'amaro in bocca. Avremmo potuto avere tra le mani un autentico capolavoro di metallo obliquo e non allineato. Non resta che tenere gli orecchi aperti e sperare che gli statunitensi diano un seguito al loro progetto.

Tiziano Vlkodlak Marasco

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