Recensione: Indomitvs

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Quarto capitolo discografico per la solo band  Narbeleth. Peculiartà del progetto è la provenienza geografica: Cuba. Non ci risulta vi siano così tante realtà musicali estreme in quel paese e trovarne una, tra l’altro attiva dal 2008, con un discreto numero di uscite, è una gradevole sorpresa. 

Al di là della bandiera di appartenenza, musicalmente il sound di Dakkar (così si fa chiamare il musicista) è fortemente debitore della scuola del nord Europa. Black metal glaciale, per nulla mitigato dal paese di appartenenza, ma anzi idealmente trasferito in scandinavia per raffreddare i “bollori” del più accalorato isolano. Nessun sigaro, niente rhum a scaldare il cuore, solo odio, blasfemia ed arti rattrappiti da un gelo che ti entra dentro, nel quale agonizzante resti infermo a guardare un cielo sferzato dal vento.

 Nessuna speranza, solo nera pece, sulla linea di band quali Darkthrone e Taake, con una punta di rock in più punti, sodalizio già visto e riproposto da Narbeleth. I suoni mantengono costante un lugubre alone, produzione che pone l’accento sulle ambientazioni cupe e su uno stato di disagio che è perfettamente allineato con le tematiche del filone. Sinceramente ci saremmo aspettati qualcosa di diverso, perché vero che ci sono alcuni interessanti ripartenze ed emotivamente il full-length riesce a smuovere, ma è altrettanto palese come non vi sia alcun ingrediente personale o che distingua Narbeleth dal resto della scena. L’inevitabile curiosità suscitata dalla provenienza geografica si spegne man mano per la totale assenza di elementi riconducibili alla propria cultura. Non c’è ovviamente nulla di male, ma resta un filo di amaro in bocca per un’occasione che crediamo persa. Detto questo, il black metal di Dakkar è solido e ruvido, così da attirare l’attenzione degli amanti della old school.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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