Recensione: Into Battle

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Presenti sul mercato discografico fin dal 2009, gli austriaci Heathen Foray sono riusciti, in pochi anni, a lasciare un’impronta significativa all’interno del calderone folk/viking metal, suscitando la curiosità e l’attenzione di tutti gli appassionati del settore.
Con la medesima line-up dell’album precedente (pubblicato nel 2013) e coadiuvati dal supporto della Massacre Records per la distribuzione dell’opera, il gruppo austriaco si prepara a presentare il successore di “Inner Force”, dando alle stampe questo “Into Battle”, quarto album in carriera, uscito nella primavera del 2015.

Nulla di nuovo nello stile musicale della band che, senza troppe sorprese, segue la scia di colleghi ben più noti come Ensiferum e Amon Amarth. Il suono del disco è limpido e definito, curato da Andy Horn. L'album parte nella giusta direzione con la potente “Fight”, opener massiccia ed interamente imperniata su velocità sostenute dettate dalla precisa sezione ritmica affidata ai talentuosi Max Wildinger (basso) e Markus Kügerl, alias “Puma” fra i crediti del disco (batteria), i quali allestiscono la solida spina dorsale di un brano completato a dovere dai granitici riff macinati dalle sei corde dei bravi Zhuan ed Alex Wildinger, atti ad affiancare l’efficace operato svolto dal singer Robert Schroll, in costante bilico fra vocalizzi gutturali ed un cantato pulito presente nel melodico e riuscito refrain, che sancisce il buon principio di questo disco.
La furia devastante degli Heathen Foray caratterizza poi l’anima della sulfurea e spietata “Silence”, addolcita solo parzialmente nel ritornello, in cui torna a palesarsi l’utilizzo del cantato pulito del vocalist, volto ad evidenziare la componente melodica del gruppo e a spezzare la potenza sprigionata nel corso del brano, di nuovo dominato da una sequela di mastodontici riff incastonati dalle due chitarre.
Con la seguente e fiera “Wofür Ich Streit”, i nostri abbandonano l’inglese a favore della lingua madre, che in ogni caso si adatta molto bene al sound del quintetto austriaco, come dimostra anche la solenne e pregevole “Tír na nOg”, mantenuta in perfetto equilibrio fra potenza rabbiosa e squisite melodie folk costantemente presenti.
Buona anche la ragionata “Unthinking”, canzone in cui il singer torna ad avvalersi con successo della lingua inglese, mentre il basso di Wildinger e il drumming massiccio di Kügerl si pongono alla base della breve ed ipnotica “Knüppeltroll”, la quale a sua volta precede la cadenzata e malinconica “Freundschaft”, presentata nelle fasi iniziali da un interessante ed inaspettato tappeto pianistico, che dopo pochi istanti cede il passo al classico suono tagliente tipico del combo austriaco.
Maestosi ed epici echi orchestrali e battaglieri inaugurano l’evocativa e strumentale “Wigrid”, composizione che potrebbe benissimo appartenere alla colonna sonora di un film come “L’ultimo dei Mohicani” (diretto da Micheal Mann nel 1992) e che rappresenta il momento più atipico e suggestivo di questo platter che, pochi minuti dopo, trova la propria conclusione nella acustica e notevole “Winterking” inclusa nell’album come traccia nascosta, sigillando un lavoro non innovativo ma discreto nel suo insieme e che certamente non mancherà di interessare il pubblico appassionato al genere, come anche tuttavia difficilmente riuscirà a trovare approvazione al di fuori della cerchia di adepti al folk/viking metal più tradizionale.


Francesco Sgrò

 
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