Recensione: Invisible Places

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Un ragazzo disteso sul letto, le mani incrociate dietro la testa in una classica posizione rilassata. Il letto adagiato sulle nuvole. Addosso un paio di jeans, niente scarpe ed una t-shirt dei The Who. Indossa un paio di cuffie, il jack nella presa di un vecchio e bellissimo stereo. Sul letto e nei pressi dello stereo stesso un po' di vinili, uno dei quali in bella vista: è Invisible Places dei Presto Ballet, la cui copertina viaggia all'infinito nella percezione di chi osserva, creando un loop più immaginario che effettivo. Alzi la mano chi non si è mai sentito come il ragazzo in questione ascoltando un disco particolarmente amato in cuffia. Come, niente mani? Immaginavo.

Forse però è il caso di fare un passo indietro e tornare all'origine (per chi non li conoscesse) dei Presto Ballet, i quali nascono nel 2004 come side-project di Kurdt Vanderhoof, chitarrista nonchè membro fondatore dei Metal Church, glorioso combo heavy di Seattle. Il debutto discografico porta il nome di Peace Among the Ruins e vede la luce nel 2005, mentre il secondo lavoro si intitola The Lost Art of Time Travel ed esce sul mercato tre anni più tardi. Nel 2009 arriva l'annuncio ufficiale: i Metal Church, dopo quasi tre decenni di onorata carriera, si sciolgono. Contemporaneamente Ronny Munroe, cantante durante l'ultimo lustro del gruppo, entra a far parte dei Presto Ballet, i quali assumono sempre più i connotati di band a tutti gli effetti, abbandonando le caratteristiche di progetto parallelo con le quali erano nati. Questa l'essenziale cronistoria di un gruppo che, nella mente di Vanderhoof, è riuscito a fagocitare nientemeno che una delle band che, all'alba degli anni ottanta, ha tenuto per mano l'allora piccola creatura chiamata heavy metal, accompagnandola fino ai giorni nostri.

Invisible Places palesa la propria identità sin da subito senza nascondersi più; bastano pochi istanti dell'opener Between The Lines per inquadrarlo con l'utilizzo di un solo sostantivo: nostalgia. Ok, nostalgia, ma di cosa? Risposta semplicissima, come quelle che nei quiz a premi valgono una manciata di Euro: dei favolosi, irripetibili anni '70 che vivono come leggenda nella testa di ogni buon rocker che si rispetti. In particolare qui la mente viaggia a ripercorrere le gesta immortali dei mostri sacri del progressive rock di quell'epoca quali Yes, Rush, Kansas, Genesis e molti altri che, grazie ad una libertà espressiva che rimane unica, hanno marchiato a fuoco quel periodo magico. Difficile capire se la scelta (dichiarata con orgoglio) di non usare alcuna strumentazione digitale sia da attribuire più alla nostalgia di cui sopra o al rispetto per gli artisti di quegli anni, nei quali il digitale neanche esisteva; in ogni caso questo è un altro dato da rimarcare. Il brano scorre piacevole recando con sè i pregi e i difetti dell'intero Invisible Places: tra i primi una freschezza ed un'ariosità non propriamente comuni; tra i secondi il basso di Bobby Ferkovich (Powertrain, ex-Heir Apparent) che viene spesso relegato a ruolo di comprimario. E' doveroso a questo punto, nonostante quanto appena ricordato, elogiare la produzione molto pulita di Invisible Places; pulita al punto che fa venire in mente il suono cristallino dei Camel.
Assolute protagoniste sono le tastiere, aspetto che emerge prepotente nella solare In The Puzzle: hammond, mellotron, piano elettrico e sintetizzatori (analogici, of course) permettono a Vanderhoof e Shacklett di creare intrecci e melodie dalla spiccata piacevolezza, mentre la chitarra per gran parte del tempo svolge soprattutto il lavoro d'accompagnamento.
Con Sundancer prende corpo una sensazione che diventerà palese durante le lunghe Of Grand Design e No End To Begin: a tratti si ha l'impressione di ascoltare qualcosa che suona come Bruce Dickinson meets the progressive rock, tanta è la somiglianza di timbro ed impostazione di Munroe col singer degli Iron Maiden. Al di là di questa annotazione, le tracce si susseguono piacevoli denotando un'ottimo feeling tra i membri dei Presto Ballet, una freschezza sonora invidiabile ma, ahimè, anche l'assenza di momenti in grado di lasciare realmente il segno. I minuti trascorrono veloci (generalmente è un buon segno) ma si lasciano alle spalle pochi sussulti da ricordare, nonostante (e questo sembra paradossale) a ben vedere non ci sia assolutamente niente fuori posto.
Nella già citata Of Grand Design, oltre alle influenze sopra ricordate, esce allo scoperto l'amore di Vanderhoof per Uriah Heep et similia, soprattutto quando l'hammond si fa sentire in tutto il suo splendore. One Perfect Moment gioca la carta del contrasto tra momenti compassati ed altri decisamente tirati, con la chitarra che finalmente si ritaglia uno spazio maggiore rispetto a quanto non faccia in altri brani.
All In All pur non essendo un filler è tutt'altro che indimenticabile; anzi, è l'unica a non reggere lo standard, al di là di tutto decisamente alto, di Invisible Places. Molto meglio la conclusiva No End To Begin, che già con l'intro acustica/voce spazza via gli otto minuti appena trascorsi. Per il resto, come sempre, molto feeling, tanta ariosità e un'orecchiabilità costante che certo non guasta.

La nuova release targata Presto Ballet in definitiva è un lavoro piacevole, sincero e appassionato: un bel tributo ai seventies che si lascia ascoltare gradevolmente e senza particolari cedimenti. Detto questo ha anche alcuni limiti evidenti, soprattutto nella mancanza di apici artistici memorabili e nell'eccessiva riverenza nei confronti dei mostri sacri dei seventies, tanto da apparire più un lungo omaggio che un disco che vive una vita propria. E' altresì indubbio che a giudicare se questo sia un limite reale o un pregio sarà il singolo ascoltatore.

Distesi sul letto, le dita intrecciate dietro la testa, le cuffie alle orecchie e nello stereo Invisible Places: la sensazione è indubbiamente piacevole, ma per sentirsi sopra le nuvole serve ben altro.

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Tracklist:
01. Between The Lines 7:14
02. The Puzzle 7:51
03. Sundancer 8:44
04. Of Grand Design 12:03
05. One Perfect Moment 5:16
06. All In All 8:09
07. No End To Begin 12:25

Line-up:
Ronny Munroe: lead vocals
Kurdt Vanderhoof: guitars, mellotron, chamberlin, hammond organ, synths, bass pedals, electric pianos
Bill Raymond: drums and percussion
Kerry Shacklett: hammond organ, piano, synths, backing vocals
Bobby Ferkovich: bass, backing vocals

 
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