Recensione: Legends Of The Shires

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Va dato atto ai Threshold di volersi ancora rilanciare dopo quasi trent’anni di carriera e undici studio album in discografia. Con Legends of the shires lo fanno partendo da una cura per i dettagli encomiabile: titolo suggestivo, artwork tolkeniano (che richiama la wounded land che fu?), ottanta minuti di musica in due CD… Ma c’è anche un lato oscuro, lo split con Peter Morten, la brusca separazione con Damian Wilson e il ritorno di Glynn Morgan al microfono. Tante novità, dunque, un hype sconosciuto per la band inglese. Saranno bastati questi aspetti a Groom & Co. per creare musica all’altezza dei loro capolavori a cavallo tra anni Novanta e primi duemila?

Lasciamo parlare le note. Dopo un intro suggestivo ma niente più (la prima delle tre parti in cui è divisa la title-track), la partenza è memorabile: a “Small Dark Lines” è una killer song con ritmiche thrash e un refrain valorizzato dalla voce potente e graffiante di Glynn Morgan. Il cantante britannico (indimenticabile in Psychedelicatessen nel ’94) è il valore aggiunto del platter e sfodera una prova notevole, per niente scalfito dagli anni. Se il collega Damian Wilson non ha niente da invidiargli, va detto, tuttavia, che sentire di nuovo la sua voce su un disco dei Threshold è qualcosa d’insperato e dona freschezza al sound del combo inglese.
Di fronte alla bellezza di “Small Dark Lines” viene naturale presentire la qualità complessiva del nuovo album. Sarà capolavoro? È presto per dirlo. La successiva suite “The Man Who Saw Through Time” inizia con un sample disturbante (non che la cosa sia estranea in casa Threshold) ma le melodie si ripresentano subito tranquillizzanti: Karl Groom regge da solo lo sviluppo della composizione con un assolo dilatato per qualche attimo, poi a metà del quarto minuto il pezzo guadagna in potenza e il crescendo si fa gustoso. Nel prosieguo tutto continua da manuale, ci sono momenti solistici, ripartenze e un refrain corale. “The Man Who Saw Through Time” trasuda emozione e propone ritmi volutamente distesi, caratteristica principe degli albionici.
Attacca più diretta “Trust the Process”, forse il brano più cattivo in tracklist. Le ritmiche sono ficcanti, la voce di Glynn Morgan risulta graffiante, laddove Wilson non sempre eccelleva. La song, comunque, pecca di una qualche ripetitività nella prima parte, per fortuna nei suoi otto minuti di durata riserva qualche sorpresa, su tutti un synth particolarmente maestoso di Richard West e il doppio pedale del sedulo Johanne James. Segue un pezzo raffinato, “Stars and Satellites”, con inserti semiacustici e Morgan che rivela il lato più poetico della sua ugola. Non una ballad, non un mid-tempo, un pezzo semplicemente Threshold (ascoltare per credere la falsa conclusione del pezzo che rinasce potente al sesto minuto). Il primo disco termina con la breve e sorniona “On the Edge”, brano ammiccante che valorizza di nuovo la duttilità del cantante “redivivo” e arricchisce il ventaglio sonoro proposto dal platter. Torna in mente un pezzo come “Fragmentation”, ma sono solo associazioni umorali; il refrain è ancora un centro, solare e orecchiabile.

Dopo mezzora di musica su questi livelli, si è invogliati senza dubbio a inserire anche il secondo CD nel lettore. Ad attenderci è il giro acustico di “The Shire, Part 2”, ma (ed è quello che volevamo) la melodia viene ripresa in chiave metal e il risultato è un’esplosione trionfale, una delle tante schiarite che il combo inglese riesce a dipingere nel baluginio del proprio sound mutevole. Tutto dura pochi istanti, sono sufficienti: a poco valgono eventuali critiche circa arrangiamenti catchy e ruffiani, questa è grande musica, punto. Senza soluzione di continuità, segue “Snowblind”, ennesima track da brivido (altri sette minuti!), c’è il giusto groove, le chitarre graffiano ma non risultano invasive, le tastiere di West le controbilanciano perfettamente. Da segnalare la cavalcata finale, davvero trascinante. Prima della suite finale incontriamo tre pezzi brevi, si avverte qualche calo ma niente di serio. “Subliminal Freeways” pecca di un refrain troppo etereo e nell’uso eccessivo di elettronica; “State of Independence” è una ballad piacevole, sentita e cantabile, ma niente più. “Superior Machine” più che un filler, ripropone quanto già sentito nei pezzi precedenti, ma risulta energica e quadrata. Nella terza parte di “The Shire” c’è spazio per pianoforte e soundscape, oltre alla voce filtrata di John Jeary, grande ex bassista della band. In pratica un intro suggestivo per la lunga “Lost in Translation”, brano uscito in anteprima insieme a “Small Dark Lines” e che non aveva convinto più di tanto il sottoscritto. Questa composizione non è la più rappresentativa dell’album, ma guadagna punti nella sua collocazione a fine full-length. È risaputa la caratteristica dei Threhsold ad accomiatarsi dai fan con un lungo pezzo che sembra non finire mai (vedasi “Part of the Chaos”, “Narcissus”, “Critical Mass”, “The Rubicon”). Come coda finale “Swallowed” è più un arrivederci che un addio, speriamo che questa line-up resista al tempo e regali altra buona musica.

I Threshold ci mettono del loro e hanno saputo sfruttare un potenziale punto di non ritorno nella storia del gruppo per trarre nuove energie e motivo di rivalsa. Legend of the shires è più longevo dei precedenti March of progress e For the journey, ci sono più inserti acustici, pianoforte e tastiere predominano; Karl Groom si occupa sapientemente di tutto il guitarwork senza strafare ma mantenendo il proprio tocco abrasivo; la produzione resta pulitissima (il mixing della batteria, però, sempre un filo sottotono). Non mancano alcuni difetti (in primis la prevedibilità del sound) ma il nuovo platter è convincente, per melodie messe in campo e alcune canzoni che lasciano il segno, “Small Dark Lines”, “Stars and Satellites”, “Snowblind”, “Superior Machine”.
Questa volta il voto è alto e i Threshold se lo meritano tutto. Una band poco conosciuta, sempre coerente, con alle spalle un periodo complicato. Perché non premiarli? Legends of the shires si ritaglia un posto nei migliori 10 dischi dell’anno.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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