Recensione: Life

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Al netto di una definizione che li vorrebbe morbidamente ancorati ai confortevoli suoni di Queen, Meat Loaf, e Within Temptation, l’approccio ad una band come gli Jono è, invece, tutt’altro che semplice e di facile fruizione.

Nata originariamente da più di un decennio quale progetto solista del leader e fondatore Johann Norrby (da cui il nome Jo-No, o più facilmente JONO), protagonista di un trio di album accolti piuttosto bene – ancorché non proprio facili da reperire – e dotata di quell’alone un po’ magico ed accattivante tipico dei circuiti underground, la band svedese approda finalmente verso qualcosa di evoluto in termini di prestigio e capacità di promozione, accordandosi con Frontiers Music, label consolidata in territori melodici che, tuttavia, non disdegna qualche puntata verso lidi prog ed affini.

Come ovvio, per solleticare il fiuto degli scout di casa Frontiers è necessario avere qualche numero “buono” da giocare senza timori: la fama di cult band non è metro sufficiente nel decretarne la reale validità.
Va detto, in effetti, che nel corso di questa quarta prova in studio, il gruppo di Norrby mostra di essere in possesso di numerose qualità oggettive che, piacciano o meno, delineano i contorni di una band dai caratteri personali, capace di elaborare una miscela di “melodic” prog rock che non banalizza i soliti punti di riferimento classici, preferendo piuttosto un taglio stilistico in un qualche modo “trasversale”, non del tutto lineare e dai tratti molto meno facili di quanto presumibile in partenza.

Ed è qui che ci ricolleghiamo all’incipit di questa recensione. 
Le coordinate musicali che orbitano attorno a Queen e Meat Loaf sono di certo ben evidenti (molto, molto meno i Within Temptation, da cui peraltro, provengono alcuni membri dell’ensemble), in virtù di un gusto teatrale per la composizione, dell’uso massiccio di tastiere e pianoforte, degli afflati che paiono derivare da classica e lirica. 
Tuttavia, le atmosfere a volte magniloquenti e drammatiche, mai ordinarie, che pervadono ogni pezzo, miscelate ad un aria in certo modo “elitaria” e fuori dalla massa, ne accomunano maggiormente le forme ad una realtà come – ad esempio - gli americani Discipline, padroni di una tecnica che predilige un songwriting non proprio per tutti, decisamente personale che – talora –rischia di risultare un po’ troppo chiuso entro ambiti ristretti e di nicchia.

La musica degli Jono, proprio come quella dei Discipline, beneficia di una grande voce, (il fondatore Johann Norrby, magari non istrionico come Matthew Parmenter, ma comunque dotato di grande forza espressiva) ed allo stesso modo richiede un’attenzione particolare e ben fissa sull’obiettivo per essere apprezzata.
Necessaria insomma, la proverbiale pazienza, al fine di prender familiarità con una serie di melodie che dapprincipio paiono un po’ insolite e quasi nevrotiche, salvo poi evolversi con il procedere degli ascolti per rivelare qualche scintilla di classe assoluta ed alcuni brani – solitamente di media lunghezza – dal notevole impatto emotivo. Già dalla seconda traccia, ed esempio, la neoclassica “Crown”, è possibile riconoscere le grandi doti interpretative di Norrby, unite ad una cifra tecnica evoluta che consente al gruppo di tenere in vita una melodia in costante trasformazione.
L’enfasi operistica e melodrammatica è però ancor più palpabile in quelli che possono essere definiti gli episodi migliori del disco: “Down Side”, “No Return” e “To Be Near You” sono piccoli capolavori di prog rock melodico, “pomposamente” teatrale e drammatico, che lasciano un buon segno e certificano il valore in termini perentori di una band decisamente sopra la media.

Ammantato da una produzione dei suoni massiccia e rotonda, il nuovo capitolo di Johann Norrby e degli Jono ha, insomma, i caratteri ambivalenti della potenziale gemma underground, oppure, dell’improbabile “polpettone” un po’ ampolloso e pretenzioso a seconda del punto di vista da cui si parte nel valutarlo.

Questione di modi di vedere e di gusti personali...

 

 
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