Recensione: Lucidity

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LA FINE DEL SOGNO

Anno 2001. Olanda. Martijn Westerholt è il giovane tastierista di una band symphonic metal in rapida ascesa, con la quale ha appena pubblicato il secondo full-length: “Mother Earth” (2000). Stiamo parlando, ovviamente, degli Within Temptation. Il tastierista ventiduenne è molto legato al suo gruppo di appartenenza, è anche co-autore del loro primo singolo: “Restless”, dall’album “Enter” (1997). Ma il 2001 è un anno tumultuoso e pieno di sorprese per la band: tre membri abbandonano l’equipaggio con una scialuppa proprio quando la nave sta raggiungendo il mare aperto del successo. Il chitarrista Michiel Papenove ed il batterista Ivar de Graaf lasciano infatti il gruppo, ormai diventato troppo impegnativo da gestire, sostituiti rispettivamente da Ruud Jolie e Stephen van Haestregt. Anche Martijn, protagonista della nostra storia, lascia la gli Within Temptation all’inizio dell’anno, poco prima della registrazione del video di “Ice Queen”, ma per un’altra ragione. Gli è stata infatti diagnosticata una mononucleosi infettiva, che lo costringerà lontano dal palco per alcuni anni. Inutile quindi cercare rimpiazzi temporanei. Il capitolo è chiuso. Il sogno è infranto. Sarà l’altro Westerholt, il fratello maggiore e fondatore Robert, a continuare a capitanare la band assieme a Sharon den Adel
 

DELAIN – UNA LUCIDA GENESI

Martijn però non si perde d’animo e continua a comporre. Malato e frustrato, imbratta il pentagramma di note e pensieri. Legge molto, in quel periodo di estrema solitudine, tanto che verrà a conoscenza proprio nel libro “Gli occhi del Drago” di Stephen King di un regno chiamato… Delain. Un bel nome per un progetto musicale.
Dalla prima demo 2002 dal titolo “Amenity” al 2005 la band muta forma e componenti più volte, arrivando alla lineup definitiva. Dopo aver setacciato l'intera Olanda alla ricerca di una cantante non troppo operistica né aggressiva, al fine di sostituire Anne Invernizzi, Martijn scopre la diciottenne Charlotte Wessels proprio a due passi da casa dei suoi genitori. Fuori anche Jan Yrlund (Lacrimosa) ed Oliver Philips, con quest'ultimo da qui in avanti presente solo in veste di produttore. In squadra anche tre membri dei connazionali Orphanage: George Oosthoek al growl, Guus Eikens alla chitarra e Rosan van der Aa ai cori. Chiudono la formazione Ad Sluijter (Epica) alla chitarra, Ariën van Weesenbeek alla batteria ed il mitico Marco Hietala (Nightwish) al basso.
Il materiale composto è ottimo, Roadrunner Records se ne innamora immediatamente e si prepara a dare alle stampe il debut, dal titolo “Lucidity” (2006), oggetto della presente recensione. A convincere la label anche la presenza eccezionale di ospiti quali Sharon den Adel (Within Temptation) e Liv Kristine (Leaves' Eyes) ad impreziosire le composizioni. Delain è ancora un progetto magmatico, non una band vera e propria.
 

IL DISCO

Lucidity” deve il suo nome a “Daylight Lucidity”, primo brano scritto da Martijn, ottava traccia del disco: un brano cupo e opprimente che ricorda i primi Lacuna Coil nella linea vocale, mentre alle spalle volteggiano gli arrangiamenti sinfonici, con un intervento a tre quarti del brano di Marco, che si fa seguire dai cori che potremmo facilmente riconoscere nello stile anche negli Within Temptation dell’epoca. L’album aleggia con grande naturalezza su queste atmosfere malinconiche e sofferte, sempre con arrangiamenti gustosi ed inserti corali ed orchestrali, in un continuo saliscendi dal palco di interpreti come in una piccola metal opera. Il trittico d’apertura spalanca i portali all’ingresso dell’esordiente Charlotte con la triste “Sever” duettata con Marco, ed il bel singolo “Frozen” (video), seguito dalla cinematografica “Shilouette of a Dancer”, in cui è l’atmosfera a farla da padrona, assieme al growl di Oosthhoek che accompagna ed affianca la linea della Wessels. Le doti della ragazza sono innegabili, anche se forse la freddezza della prima prova reclama a gran voce la personalità che verrà poi acquisita nei dischi successivi.  
All’improvviso compare un’eterea Sharon den Adel, che assieme a (o per meglio dire “nonostante”) Marco Hietala ci regala la magica “No Compliance”. Presente anche l’ennesimo, bell’intermezzo al cello di Rupert Gillet. Altro singolo di classe, il mid-tempo “See Me in Shadow”, in un nuovo duetto, stavolta con la voce sottile di Liv Kristine (video).
Nel dittico seguente iniziamo a riconoscere i Delain che verranno: le melodie prima lontane e tristi iniziano a virare nel ritornello verso una ritrovata autoconsapevolezza e fiducia in sé stessi. Dapprima con la carica di “Shattered”, decuplicata poi in “The Gathering”, brano che Martin definirà poi il suo preferito del disco. Ci credo: dopo sei pezzi a dir poco glaciali (basta leggere i titoli) un bel ritornello radiofonico è la cura che ci vuole alla tristezza a palate di mariottide-iana memoria! Il risultato è un brano trascinante nella sua estrema semplicità. Curioso che in quegli anni si potessero usare parole come “Magic”, “Spell” e “Gathering” senza evocare alle masse il celebre gioco di carte collezionabili “Magic: The Gathering” della Wizards of the Coast. 
Dopo la già citata titletrack torna in scena la vocina esile di Charlotte in “Sleepwalkers Dream”. Ultimi avvicendamenti al microfono per “A Day for Ghosts”, in cui stavolta a duettare con Liv Kristine è Marco Hietala, in un pezzo tirato dalla doppia cassa e con belle orchestrazioni, stile Leaves’ Eyes.
Chiude il lotto “Pristine” con il duo Wessels-Oosthoek, brano a metà tra limpidezza e growl, tra purezza ed oscurità. Stessi personaggi che ci offriranno, alla bonus track, una versione alternativa di “Frozen”.
 

MEMORIE DAL FUTURO

Siamo arrivati a finalmente noi. Nel presente mai perfetto della recensione. Quando per caso mi sono ritrovato tra le mani questo disco nel negozio di fiducia e l’ho fatto mio, incuriosito dal contenuto. 
Dopo numerosi ed appassionati ascolti, “Lucidity” mi sembra un album contraddittorio, pieno di impulsi, influssi ed idee spesso abbozzate e non del tutto compiute. Barocco ma al contempo troppo sovente freddo e minimale, come il suo artwork. Un disco leopardiano, scritto da un artista malato e gracile, carico di riflessioni introspettive tra lucidità e creatività. Un lavoro frammentario per via delle molte voci che si susseguono caoticamente, eterogeneo, per certi versi adolescenziale e immaturo. Ma è in questi limiti che si cela il fascino essenziale di “Lucidity”. Si sente inoltre molto forte l’influenza, palese, degli Within Temptation; dalla voce e dall’impostazione di Charlotte agli arrangiamenti orchestrali carichi di pathos, tutto sembra far eco ai cugini olandesi, anche se le cose muteranno notevolmente nei dischi a venire, assieme all’autoconsapevolezza della band, su disco e sul palco. Dopo “Lucidity” i Delain non saranno più semplice progetto di un giovane tastierista, ma una band vera e propria lanciata verso un successo ancora in lenta ma costante ascesa, verso un'evoluzione più commerciale e radiofonica di quanto qui espresso. 
Nell’immatura immediatezza di questo disco datato 2006, consigliatissimo ai fan del gothic e symphonic di quegli anni, si cela la sua vera, impalpabile bellezza. Una bellezza imperfetta che ti costringe a fermarti un momento, anche solo per un istante, e voltarti indietro per capire da quale storia davvero proveniamo.
 

Luca “Montsteen” Montini



 

 

 
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