Recensione: Magic Mountain

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Di tutte le band che sono andate, negli ultimi anni, ad ingrossare le fila del cosiddetto “modern hard rock” (e con questo termine ci riferiamo in sostanza a gruppi come Alter Bridge, Nickelback, Shinedown, Halestorm e Theory Of A Deadman), i Black Stone Cherry sono probabilmente tra i più sottovalutati.

Non hanno, forse, l’impatto emotivo di Tremonti, Kennedy e compagnia, né l’incredibile facilità nello sfornare hookline melodiche tipica dei canadesi; tuttavia, nel corso degli anni, i BSC hanno saputo costruirsi uno stile tanto derivativo dal punto di vista delle componenti, quanto indiscutibilmente personale ed efficace nella loro miscela.

Dall’evidente ammirazione per i Pearl Jam, passando per le vivide reminiscenze di matrice southern rock fino ad arrivare al moderno groove metal, lo spettro espressivo del quintetto del Kentucky  è certamente ampio, nonché legato a doppio filo alle varie anime che compongono la band. L’ispirata voce di Chris Robertson colora, infatti, ogni pezzo da par suo, accostandosi, come abbiamo ormai imparato ad apprezzare, tanto all’Eddie Vedder solista nelle minimali ballate (“Sometimes”) quanto all’ugola più grezza e maleducata del mitico Zakk Wylde quando si tratta di pestare sull’acceleratore. Non da meno, in ogni caso, l’apporto degli altri tre musicisti, Ben Wells alla chitarra, Jon Lawhon al basso e John Fred Young alla batteria: solidi, uniti e coesi come si deve ad una realtà finalmente sulla cresta dell’onda.
 
Se poi, rispetto ai ruvidi inizi, le uscite più recenti avevano visto la proposta dei Black Stone Cherry (in particolare nello spettacolare “Between The Devi And The Deep Blue Sea”) dirigersi verso lidi più levigati e à la page, va detto che il nuovo “Magic Mountain” fa, in questo senso, un passo indietro. Un album, quindi, probabilmente meno d’impatto del suo predecessore (nonostante non manchino momenti decisamente catchy) eppur reso assolutamente interessante dall’impeccabile mistura di vecchio & nuovo, mistura il cui reale valore viene peraltro maggiormente fuori sulla medio/lunga distanza.

“Holding On… To Letting Go” apre, quindi, le “danze” come meglio non si potrebbe, all’insegna di distorsioni al 100% contemporanee, applicate però ad un telaio decisamente retrò, in cui tutto il bagaglio dell’hard anni ’70 si fa largamente sentire. Segue “Peace Pipe” e l’immersione nei seventies è totale, con quel riff pigro e rotolante che tanto deve al blues e al Dirigibile e la sempre efficace alternanza tra voce e chitarra. La star ancora una volta, è Chris Robertson, autore (come d'altronde lungo tutto l’album) di una prova maiuscola, tuttavia i conti di certo non tornerebbero senza il robustissimo apporto del basso e delle granitiche chitarre. “Bad Luck & Hard Love” riesce a fare anche di meglio, in virtù di un ritornello azzeccatissimo, questa volta più vicino a quanto proposto dagli statunitensi su “Between The Devil…”; eppure il vero colpo da KO si può forse riscontrare nell’azzeccatissimo singolo “Me And Mary Jane”, di nuovo a mezza via tra hard/southern rock e groove metal, per certi versi non troppo lontana da sonorità di matrice tipicamente Zakk Wylde/Black Label Society.
 
Dopo quattro pezzi al rialzo, le buone (ma non esaltanti) “Runaway” e “Magic Mountain”, seppur tutt’altro che disprezzabili, coincidono con un momento di leggera flessione qualitativa nella scaletta, con il felice equilibrio finora mantenuto, questa volta leggermente sbilanciato sul lato revivalistico. La più groovy “Never Surrender” risolleva, ad ogni modo, la situazione in men che non si dica tornando ai fasti del quartetto d’apertura e mostrando una volta di più come il corretto dosaggio tra le varie componenti sia un fattore imprescindibile nell’economia del sound dei Black Stone Cherry. Con la favolosa “Blow My Mind”, “Magic Mountain” tocca, poi, livelli di eccellenza assoluta, riuscendo ad operare una sintesi assolutamente da manuale tra rock tradizionale americano (molto Zakk Wylde-inspired) e groove/alternative metal a.d. 2014. “Sometimes” è invece l’immancabile pegno pagato ad Eddie Vedder, certamente uno degli artisti di maggior peso nella formazione di Robertson, qui omaggiato con una ballata davvero splendida, degna di occupare una posizione di rilievo in quel piccolo capolavoro che rispondeva al nome di “Into The Wild”.
 
Marciando a grandi passi verso il finale, incocciamo la noiosa e ripetitiva “Fiesta Del Fuego”, senza ombra di dubbio l’unica vera skip track in scaletta, per fortuna seguita da un terzetto di tutto rispetto, nel quale brillano la tostissima “Dance Girl”, e la piacevole “Hollywood In Kentucky”, un rock scazzato e piacevole esattamente a metà strada tra gli Skynyrd più rurali e i Nickelback di “This Afternoon”. Chiude, infine e in maniera più che degna, la bella “Remember Me”, altro ottimo esempio di hard rock moderno e frizzante ma con i piedi ben piantati nella tradizione.
 
In senso assoluto “Between The Devil And The Deep Blue Sea” era un album più coerente e riuscito, eppure il nuovo nato di casa Black Stone Cherry, nonostante alcune zone di leggera ombra, si fa ugualmente apprezzare e rispettare, andando a configurarsi come una graditissima conferma da parte di una band assolutamente interessante e meritevole di attenzione. 
 
 
80