Recensione: Meadows of Nostalgia

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Prologo. Il sole nascente fa capolino dietro la catena di monti, spandendo i suoi timidi raggi che filtrano attraverso l’intensa bruma mattutina sui pendii erbosi. Il tempo è come sospeso, la natura trattiene il respiro. Un vecchio, oberato da un peso sulle spalle, muove i primi passi verso la sommità della montagna. Poi una porta si apre su un Mondo Altro.

Parte prima, capitolo primo: Brigobannis. Il viandante comincia la sua ascesa attraverso l’Ombra. Un oscuro tremolo di chitarra e una batteria imponente introducono e percorrono un brano che mescola alla perfezione cupa maestà e dolcezza malinconica. Il capolavoro è appena sfiorato. Capitolo secondo: Aue Der Nostalgie. È una traccia di dieci minuti, che si sviluppa in modo forse troppo diluito ma che si fa comunque ricordare grazie alla straziante, ripetuta invocazione e alla sua buona presa emotiva. Capitolo terzo: Ave Danuvi. Il vecchio percorre monti scoscesi abbracciando con lo sguardo ampie vallate che si aprono sotto di lui. Dall’atmosfera grave, si tratta di un buon brano, memorabile in virtù del magnifico ritornello cantato da un coro. Da brividi. Intermezzo: Memoria. Un dolcissimo arpeggio accarezza le orecchie dell’ascoltatore. Siamo in una radura. Il sole comincia a scaldare il viandante che, sedutosi sull’erba con gli occhi chiusi, si fa penetrare dalla luce pacificatrice e trova così un momento di tiepida calma che lenisce il suo affanno. La sua mente corre ai tempi in cui poteva definirsi felice, e un sorriso appare timidamente sul suo volto segnato dagli anni.

Ma la cima è ancora lontana, ed è subito tempo di ripartire. Parte seconda, capitolo primo: Aura Silvae. Un vento gelido comincia a spirare attraverso i boschi: in compagnia del vecchio torniamo a percorrere sentieri visivi e sonori più oscuri, dal retrogusto sempre agrodolce. Il tempo in levare e lo screaming possono far pensare, mantenendo le giuste proporzioni, ai Taake di Nattestid. Der Unweg è invece un brano lento, in cui potenti parti di chitarra elettrica si dividono la scena con arpeggi e un suono campionato uscito direttamente da Filosofem. Complessivamente, questo è il capitolo più influenzato dalla tradizione: i referenti principali, come detto, sono il Burzum del 1994/1996 e la scuola depressive black metal da lì derivante (notiamo in particolare richiami ai Forgotten Tomb più melodici e, per tornare in terra germanica, ai Coldworld). Poi, improvvisamente, un’eclissi totale di sole: con Striga, gli Imperium Dekadenz affilano le armi e feriscono l’ascoltatore con nere rasoiate di chitarra elettrica. Nel bel mezzo di una lenta marcia attraverso le tenebre, ecco ricomparire un tempo in levare e lo spettro di Nattestid, che ci rapisce nel suo oscuro ed esaltante vortice per poi abbandonarci amaramente e lasciare che la marcia continui. Sul finire degli oltre 9 minuti di questo efficace brano, il viandante accende un fuoco per cercare di scaldarsi e scacciare il buio, ma l’inquietante arpeggio di sottofondo non lascia presagire nulla di buono: lui non sa che quella delle sparute fiamme è l’ultima luce che ferirà i suoi occhi.

Finale. Il vecchio continua a risalire la montagna immerso nel buio del mondo, sperando di rivedere sulla sommità la luce e la pace perduta. Ma un’amarissima sorpresa lo attende: lasciatosi finalmente le tenebre alle spalle, trova ad accoglierlo un immensa ghiacciaia. Null’altro che neve e gelo a perdita d’occhio. Lacrime di disperazione percorrono il suo rugoso viso, che diventa una maschera di dolore sferzata dal vento crudele e percossa dalla neve. In mezzo al Blashyrkh, il vecchio si abbandona a sé stesso, accasciandosi a terra e chiudendo gli occhi per sempre.

 

Dopo due primi album un poco acerbi seguiti dal maturo e convincente Procella Vadens (2010), gli Imperium Dekadenz tornano con questo Meadows of Nostalgia, che rappresenta senza dubbio il punto più alto raggiunto, per ora, dal duo tedesco. Si tratta di un album che riesce a stupire per i suoi chiaroscuri, per il suo bilanciato blend di malinconia, oscurità e luce che convince sempre più ad ogni ascolto. Penalizzato unicamente dai cali di tensione che percorrono in particolar modo le tracce dal minutaggio più elevato, questo album è un’ottima dimostrazione di come sia possibile fare black metal atmosferico ed emotivamente toccante senza sconfinare necessariamente nello shoegaze e nel post-black/post-rock molto in voga ultimamente.

Questo album ha il grande e raro pregio di poter essere non solo ascoltato, ma anche visto ad occhi chiusi e vissuto. Esso si rivela infatti, in condizioni ideali e con l’approccio adatto, un’esperienza totalizzante che non può non coinvolgere in prima persona l’ascoltatore. Ogni brano è un’esperienza visiva oltre che sonora, che p essere letta, descritta e narrativizzata fin nei minimi dettagli in modo personalissimo. E questo in virtù del fatto che Meadows of Nostalgia è, prima di tutto, un album che colpisce direttamente al cuore. C'è forse bisogno di aggiungere altro?

 

Francesco “Gabba” Gabaglio

 
79