Recensione: Melt the Ice Away

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Ci eravamo lasciati qualche anno fa – era il 2013 - con “Growing Apart”, album di tutto rispetto, perennemente in bilico tra suggestioni hard rock ed ardimenti progressive, che aveva sancito il rientro in scena per una band italiana dalle notevoli valenze artistiche, in grado di elaborare strutture non certo banali ed un taglio compositivo ricercato ed elegante, sino a divenire talvolta coraggioso nella ricerca di soluzioni melodiche ambiziose e personali.
Il frutto di una sinergia tra due chitarristi di valore quali Walter Cianciusi e Dario Parente, aiutati dall’illustre maestria di una coppia di assi come Scott Rockenfield alla batteria e Göran Edman alla voce.

Li ritroviamo oggi gli Headless, a distanza di tre anni, con la curiosità di scoprire se l’auspicabile avvicinamento verso l’elite del progressive mondiale abbia compiuto sostanziali passi in avanti. Un nuovo cd di prossima uscita dal titolo in qualche modo indicativo come “Melt the Ice Away” - questa volta edito da Mighty Music - ed una formazione in parte rinnovata (non c’è più Rockenfield alla batteria, a vantaggio di Enrico Cianciusi, supponiamo fratello del mastermind Walter) il biglietto da visita per un gruppo promettente che, a discapito di una notevole esperienza (data di fondazione da far risalire addirittura ai primi anni novanta), ha sin qui prodotto solo tre full length.

Partiamo subito con un’impressione del tutto superficiale, ricavabile da un primo sommario ascolto: i suoni si sono induriti, lo stile si è fatto in qualche modo più cupo e “chiuso” ed il profilo è decisamente più heavy. Un approccio che probabilmente è stato scelto appositamente per uniformarsi a tematiche mai solari o volte a spensieratezza e gioia di vivere.

Un primo e sommario ascolto, abbiamo detto: ne serviranno, in effetti, parecchi, al fine di compenetrare l’essenza di una serie di pezzi strutturati in modo da non apparire quasi mai immediati ed istantanei. Ritornelli che, come squarci in una coltre di nubi, si approssimano a garantire orecchiabilità: tutto intorno, un rifferama duro e nervoso, tagliente, talora rabbioso…la presenza di Jim Matheos dei Fates Warning, nuovo ospite extra lusso, ha un effetto illuminante in tal senso. Il paragone proprio con i Fates Warning è, spesso, davvero a portata di mano e si inserisce in un dualismo d’influenze che nelle parti più melodiche si accosta invece ai Queensrÿche “vecchia maniera”, nume tutelare che avevamo avuto modo di percepire nettamente già in passato.
Non moltissimi i brani – solo nove – per un timing complessivo che si avvicina ai tre quarti d’ora di durata. Un tempo più che sufficiente nel dar prova di una compattezza ora divenuta definitiva che, ancora una volta, trova eccellente espressione nelle vocals pulite, cristalline ed eleganti di un fuoriclasse del microfono quale Göran Edman.
Un singer che, nonostante qualche critica ricevuta nel corso degli anni per una presunta insicurezza “on stage”, sa realmente personalizzare con aggettivi quali “classe”, “stile” e “padronanza assoluta”, ogni linea vocale venga chiamato ad interpretare.

La scaletta, pur se tutto sommato concisa, offre numerosi spunti e momenti di rilievo: si passa dall’heavy prog della opener “So Much Of A Bore”, irrequieto sprazzo di metal lanciato a mille all’ora, per giungere al rock tonante e sontuoso di “Good Luck Resized”, per eccellenza vocale e piacevolezza d’ascolto, senza dubbio uno dei pezzi forti del cd, tanto da essere stato scelto - non a caso - quale singolo apripista.
E ancora, i riff circolari e stranianti della potente title track (un ibrido tra i Fates Warning di a “Pleasant Shade Of Grey” e gli House Of Spirits di “Turn of the Tide”), sfumati nell’esemplare esercizio di stile dipinto da “Frame”, episodio di purissimo prog (unico momento “slow” del disco con Jim Matheos protagonista) che conquista ed avvolge con la delicatezza dei Ryches di “Empire” ed il fascino dei primi Ivanhoe.

Cieli che poi d’improvviso s’addensano di nubi plumbee nella tripletta centrale “Shortage”, “A Senless Roaring Machine” e “Stilness Of The Heart”, passaggi accesi e furibondi che si spingono quasi ai confini del thrash (chi si ricorda i Mordred?), prima di lasciare spazio ad un’ennesima sensazione prog con l’efficace “Gather Knowledge, Gather Wisdom”, ulteriore melting pot di influenze illustri che beneficia di uno dei ritornelli più riusciti del cd, oltre ad un dualismo tra parti infuocate ed atmosfere oniriche davvero convincente.
Il finale è riservato alle dissonanze di “When Dreams & Past Collapse”, traccia che solo all’apparenza omaggia in qualche modo i Dream Theater (una suggestione mutuata esclusivamente dal titolo), preferendo ancora una volta le strade di un heavy prog intricato e tagliente, in cui la melodia “facile” ed immediata non trova particolari spazi.

Elegante, complesso, non certo istantaneo ma piuttosto bisognoso di una ripetuta serie di ascolti per essere apprezzato nella sua interezza.
Il terzo capitolo sulla lunga distanza degli Headless ci presenta una band matura che cerca di osare, slegata dalla banalità “a presa rapida”, consapevole dei propri mezzi.
“Melt The Ice Away” in sostanza, evolve ed amplifica le interessanti impressioni ricavate con il predecessore, confermandole in larga parte.

Davvero un buon album.

 
80