Recensione: Meta

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Nella simbologia cristiana, e quindi anche in quella delle icone bizantine, il mulino simboleggia la ruota del tempo, lo scorrere ripetitivo delle stagioni, il ripetersi della vita. Un po' come in tutte le culture. Il cervo, invece, simboleggia il bene, Cristo stesso. La volpe invece il peccato e l'eresia.

Così potremmo spiegare l'artwork in stile Foxtrot medievale di “Meta”, nuova fatica dei Thy Catafalque, alias il magiaro Tamás Kátai. Artwork “a sorpresa”, dato che le opere recenti del Kátai ci avevano abituati, a livello visivo, a figure astratte e postmoderne, ben lontane da essere qualcosa di definibile. Un po' come la strana musica dei Thy Catafalque.

E qui parte già il primo segone mentale della giornata, come se la musica del catafalco non ne offrisse abbastanza da sé.

Il bene e il male, o meglio, ortodossia ed eresia. L'iconografico artwork può infatti simboleggiare la lotta insita nella musica di questo album. Da un lato la furia di un black metal old school di stampo emperoriano, dall'altro il chillout dilatato dei frequenti e prolungati break elettronici, in mezzo la struttura delle 9 composizioni di Meta, per la maggiore fondate su un unico riff. Ma andiamo con ordine.

Se gli ultimi lavori di Kátai, “Réngeteg” e “Sgúrr” (uscito peraltro solo 11 mesi fa), propendevano sempre più per la fusione armonica delle due anime dei Thy Catafalque, in Meta le due coordinate sonore del progetto tendono a scontrarsi.

Sicché ne vien fuori un gruppo di pezzi che vivono di contrasti profondi, di rapidi cambi di atmosfera, su tutti è indicativo l'esempio di “11^(-20) Ángström” e di “Ixion Düün”, pezzi letteralmente spaccati in due, tra una prima parte di black davvero novantiano e una seconda parte totalmente elettronica e sfumata.

Il senso di equilibrio, in tale bailamme sonoro,è dato, dopo diversi ascolti, dalla presa di coscienza del fatto che molti pezzi, su tutti “Uránia” e “Sirály”, sono letteralmente costruiti su un unico riff – ma davvero ci vogliono diversi ascolti per notarlo. A questo si unisce un pezzo strumentale elettronico come “Ősszel Otthon”, di una bellezza umida e abbacinante, e un altro pezzo, l'unico dal formato “comprensibile”, “Vonatút az éjszakában”, impreziosita dall'ottimo cantato in clean. Non ultimo, a proposito di clean, va ricordato che anche “Meta” come molti altri album della band, è impreziosito da moltissime partecipazioni di musicisti magiari.

Da buon ultima, non va trascurata la classica “suite leviatano” tipica dei Thy Catafalque e ideale riassunto del disco in esame: Malmok Járnak, 21 minuti di viaggio totale all'interno dell'universo permeato di contrasti e atmosfere creato da questo album e arricchite da assoli prettamente old school che la rendono davvero, assieme alla strumentale che la precede, la perla di maggior pregio di “Meta”. Rimarrebbero da analizzare i testi, anche alla luce del fatto che alcuni riff e strofe ricompaiono nel corso dell'album e lasciano intendere che “Meta” sia un potenziale concept album.

Purtroppo essendo le liriche in ungherese, ed essendo l'ungherese una lingua ostica, che rende improbabili avventure di traduzione assistita in favore di una nostra eventuale intervista al Kátai o della pubblicazione, da qualche parte in rete, delle liriche tradotte da qualcuno che ”ne sa”.

Il fatto di capire un csillágy (stella) in tutto l'arco dell'album, comunque, non impedisce di decretare “Meta” come l'ennesima conferma dei Thy Catafalque, un disco che riprende tutti gli elementi stilistici che rendono la formazione ungherese unica al mondo, sicché definire il disco come “mostruoso” o “un capolavoro”, risulta superfluo. Invece, purtroppo, “sottovalutato” e “sconosciuto” sono due parole che, dopo 17 anni di attività e 7 prove di studio ,ancora si addicono (sorprendentemente) bene al progetto.

Pazienza. Resteremo in pochi ma fedeli. Gratulálok.

 

 
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