Recensione: Moonbathers

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O magic sleep! O comfortable bird,  
That broodest o’er the troubled sea of the mind  
Till it is hush’d and smooth! O unconfin’d             
Restraint! imprisoned liberty! great key  
To golden palaces, strange minstrelsy,  
Fountains grotesque, new trees, bespangled caves,  
Echoing grottos, full of tumbling waves  
And moonlight; aye, to all the mazy world             
Of silvery enchantment…


John Keats - Endymion, Book I (1818)
 

La luna inizia a discendere all’orizzonte, quasi a tuffarsi nel riflesso di un volto emblematico, quello della cover di “Moonbathers”: quinto disco in carriera per i Delain, giunti alfine al decimo anno di attività, con in cantiere una ristampa del pur lodevole “Lucidity” (2006). L’EP “Lunar Prelude” (2016) era stato abbastanza convincente, ma come di consueto all’antipasto segue la portata principale - ed eccoci qui. Gli olandesi sembrano ormai piuttosto legati allo stile che li contraddistingue da tempo, più impegnati a cesellare, limare e perfezionare il loro riuscito ibrido tra metal sinfonico e melodie aggraziate ed eteree ai limiti del pop: più propensi ad un tuffo, piuttosto che issare le vele verso mari inesplorati dall'altra parte della luna. Sin dai primi ascolti il disco mette in mostra una produzione cristallina, che come al solito tende a valorizzare il lavoro dei due pilastri della band di Zwolle: la frizzantissima Charlotte Wessels al microfono ed il fondatore e tastierista Martijn Westerholt  (fratello di Robert, in forze ai connazionali Within Temptation); il tutto senza affossare troppo le chitarrone ritmiche (con la neoentrata Merel Bechtold ad affiancare Timo Somers) e la batteria. Sono presenti solo in parte le atmosfere cupe ed opprimenti di gran parte di “The Human Contradiction” (2014), in favore del un buon equilibrio di mood offerti da “Moonbathers”.  

Si salpa con l’arrembante “Hands of Gold”, epica e convincente nelle orchestrazioni e nelle parti più tirate ma vittima di un ritornello alla lunga abbastanza noioso, con tanto di intervento della prezzemolina Alissa White-Gluz (Arch Enemy) col suo growl indemoniato, forse poco valorizzata nell’economia del brano. “Liar Liar” dei Kamelot è molto lontana.
Si procede con il secondo singolo “The Glory and the Scum”, brano abbastanza lineare nelle melodie ma sapientemente sorretto dal serrato lavoro alle ritmiche: i Delain hanno piena consapevolezza dei loro mezzi e sanno metterli a frutto, come già dimostrato nell’EP precedente. Proprio da esso è riproposta la successiva “Suckerpunch”, con le sue tastiere elettroniche ed i suoi cori che strizzano l’occhio al pop, mentre ritroveremo la più distesa “Turn the Lights Out” solo in decima posizione. La band rallenta il ritmo dopo una buona partenza col mid-tempo “The Hurricane” e con l’interessante ballad “Chrysalis – The Last Breath”; esperimento quest’ultimo riuscito solo per metà, con un crescendo abbastanza evocativo ma fin troppo lungo e ridondante, che esplode davvero solo dopo ben tre minuti, con una performance notevole di Charlotte che non perde l’occasione per mostrarci il suo carattere.
Finalmente torniamo a dare un po’ di fuoco alle polveri, con la trascinante “Fire with Fire”: muro di chitarroni ed azzeccatissimo vocalizzo sulla strofa, per un brano che potrebbe essere partorito dai Paramore gonfiati di steroidi anabolizzanti. In senso metaforico, s’intende. Grande energia, avanti tutta!
Ritorno alle origini con “Pendulum”, un brano in cui sembra tornare la band degli esordi (mostrando un po’ i segni del tempo, eh!), con un ritornello super-melodico, qualche guizzo di growl e l’apporto delle chitarre più cupe che siamo ormai abituati ad ascoltare nel gothic metal di vecchia scuola, con tanto di lungo assolo a tre quarti prima del ritornello finale. 
Di nuovo un vocalizzo molto interessante, stavolta con sfumature etniche, in “Danse Macabre”. Finalmente la band riesce a piazzare un colpo deciso ed imprevisto all'ascoltatore, coniugando in maniera raffinata tutti gli elementi a disposizione, perfettamente limati dalla produzione.
In “Moonbathers” c’è posto anche per una cover, direttamente dall’illimitato repertorio dei Queen: “Scandal”. La band interpreta anche qui con grande personalità, delainizzando alla perfezione il pezzo pur senza privarlo di quell’anima tipicamente ottantiana che contraddistingue il refrain di tastiera. Forse manca il tocco di Brian May al nostro Timo, ma poco importa.
Viene il turno della già citata Turn the Lights Out”, poi chiusura d’atmosfera per “The Monarch”, brano in cui il nostro buon Martijn riprende temi orchestrali dal forte sapore cinematografico, sempre di chiara ispirazione Nightwish (o holopaineniana, fate voi). 

Ooops, they did it again. I Delain convincono, piacciono, ammaliano, affascinano. Forse anche troppo. “Moonbathers” è infatti un disco vario, ben prodotto e suonato da una band perfettamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti. Un disco valido che consiglierei tranquillamente a chiunque volesse avvicinarsi per la prima volta al pianeta Delain
Cosa manca, allora? Indubbiamente il coraggio di osare. Gli olandesi rasentano la perfezione anche nell’essere perfettamente identici a sé stessi, a vestire i propri panni, a scrivere musica sulla propria musica, perfezionando qualcosa di già sufficientemente cesellato… ed ecco che anche l’autoconsapevolezza, talvolta, può diventare un limite. Una comfort-zone che poco si addice al bisogno dei palati un po’ più raffinati, ma che riesce facilmente non contrariare i sempre più numerosi delainers in giro per il mondo, perfettamente rappresentati dalla considerevole attività della band sui social - e forse può anche andar bene così, in fondo. Risvegliati dal torpore magico di un bagno sulla luna di “Moonbathers” verrete assaliti da un tremendo déjà-vu, travolti dal ricordo di tante sguazzate estive, al sole, sulla Terra, perfettamente identiche. 
 

Luca “Moontsteen” Montini

 

 
70