Recensione: Morbid Realization

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Morbid Realization” è il quindicesimo studio album dei tedeschi Kreator, uscito a neanche due mesi di distanza dal precedente “Gods of Violence”…come dite? Non sono i Kreator? Ma siamo sicuri?
Ok, ho fatto la battutona, adesso però torniamo seri: “Morbid Realization” è il secondo album di una promettente banda di thrash metallari provenienti dalle terre alemanne e patriotticamente devoti al verbo dei Kreator. Tutto, in quest’album, rimanda più o meno pesantemente all’operato del quartetto di Essen: la stessa impostazione vocale (Seipke è una sorta di audio-clone di Mille Petrozza), la stessa quadratissima e monolitica furia ritmica, le stesse nervose frustate di chitarra a sferzare l’album e la stessa muscolare voracità nei riff.

Dopo l’intro strumentale “Hope” si parte a spron battuto con “Kill with No Excuse”, i cui riff vorticosi e cambi d’atmosfera la rendono l’opener ottimale: la corposità isterica delle chitarre, sia nei momenti più sparati che in quelli maggiormente scanditi, e soprattutto il gran lavoro della sezione ritmica supportano egregiamente le urla furibonde di Max, mentre il rallentamento centrale consente al gruppo di introdurre quell’elemento di melodica malignità che non guasta mai, prima di tornare nel magico mondo delle scudisciate. La title-track parte minacciosa e compassata, salvo poi gridare a tutti “Scherzone!” e ricominciare a macinare riff massicci e battaglieri. Rallentamenti e accelerazioni si rincorrono per tutto il brano, che gioca ancora con un cambio di atmosfera più dilatato nella parte centrale prima di tornare alla brutalità musicale che ci accompagnerà fino al termine della traccia (e credo anche dell’album). Nonostante la proposta dei nostri tedeschi sia, come impone la tradizione teutonica, piuttosto vigorosa, a conti fatti non si scade mai nella cacofonia o nel rumorismo fine a sé stesso, e la fulminante e quasi slayeriana “Comprehension Failed” sembra lì a confermarlo. Poco più di due minuti di rabbia musicale che però non mancano di produrre linee a modo loro melodiche evitando, così, di precipitare nel concetto di rumore. Questa sensazione trova conferma in “Burning Empires” che, dopo un inizio rombante, si assesta su tempi più scanditi, concedendo una breve tregua dai riff insistenti e godendosi qualche apertura atmosferica in più, dal sapore a tratti quasi solenne. La successiva “Endless Enptiness”, che comunque in alcuni momenti profuma quasi di hard-rock, sembra fatta apposta per suonare la fine della ricreazione con un sentito ritorno alle botte da orbi, eppure i nostri sembrano restii ad abbandonare così velocemente la loro vena più oscura e morbosa, ed ecco che con l’articolata “Forgotten” si ritorna, nonostante qualche accelerazione, alle atmosfere malate ma a loro modo solenni di “Burning Empires”. Di tutt’altro registro, invece, si rivela “Lurks in the Dark”, in cui i Tormentor tornano a sciorinare riff senza ritegno come nella prima metà dell’album, concedendosi un breve cambio di passo soltanto nella seconda metà. “Walk Past Myself” si mantiene più o meno sullo stesso terreno del martellamento senza compromessi, ma si diverte a intrecciare a questa trama ben nota qualche sporadica frangia più melodica, stemperando la violenza complessiva del brano. Chiude l’album “Path to the Dark Side”, che col suo incedere intimidatorio e gli sporadici rallentamenti al tempo stesso melodici e malevoli appone il sigillo a un album interessante e molto ben eseguito, che grazie alle indubbie capacità di songwriting dei suoi membri si mantiene sempre sul pezzo ed evita la trappola dei riempitivi.

Il grosso difetto di questo “Morbid Realization” è, come già detto in apertura, la sua totale ed incondizionata devozione alla proposta musicale di un altro gruppo, a cui rimanda continuamente in modo più o meno volontario: qui di personalità non ne troverete granché, ma visto che parliamo di un gruppo relativamente giovane si può anche concedere a questi tedeschi ancora un po’ di tempo per trovare il proprio equilibrio tra influenze esterne e farina del proprio sacco. Appurato e messo in conto questo dettaglio, quel che resta è un album furente, sanguigno, isterico e carico a mille, sempre pronto alla rissa e non privo di momenti esaltanti.

 
70