Recensione: Nero Di Marte

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Nero Di Marte è qualcosa di selvaggio, oscuro, pericoloso.

È stupefacente la trasfigurazione in un mostruoso animale (per fortuna solo sonoro!) cui s’è resa protagonista la band bolognese. Questo nome farà sicuramente parlare di sé, non possono esserci dubbi quando l’osmosi di personalità, composizione ed esecuzione da vita a entità di tal fattura.

Precedentemente noti come Murder Terapy, i ragazzi riescono a debuttare per la Prosthetic Records, casa discografica che negli anni più recenti ha visto passare tra le proprie fila tra gli altri gente come Lamb Of God, Kylesa, Himsa, Gojira, tutti artisti che hanno fatto della capacità di sperimentare e dell’ardore creativo la propria bandiera. I Nero Di Marte non sono di meno e si apprestano a diventare la next big thing dell’etichetta statunitense.

Se nel metal non ci fossero già troppi sottogeneri e classificazioni, li definirei ‘prog-core’, visto che gli elementi progressivi ci sono tutti (esecuzioni cervellotiche, suite di lunga durata, ricerca di nuove soluzioni) ma ci troviamo anni-luce distanti dagli stucchevoli sbrodolamenti di Dream Theater et similia o dai cataloghi di una label come Magna Carta Records. Piuttosto dobbiamo guardare al metal violento, tecnico e intricato dei Converge, ai già citati Gojira di “The Way Of All The Flash”, ai Neurosis più bizzarri e perché no, anche ai maestri Tool. Quelli di “Aenima” per intenderci, soltanto che dovete immaginarveli ancora più schizzati e arrabbiati, come potrebbero suonare dopo esser stati lasciti per mesi da soli in un bosco deserto con solo i propri strumenti a far loro compagnia (e un gruppo elettrogeno per fornire la corrente elettrica, ovvio): la rabbia e la frustrazione uniti a un talento unico.

Ognuno dei quattro membri sa come far viaggiare a mille il proprio strumento, a partire da un batterista-monstre come Marco Bolognini (teoricamente riconducibile al Brann Dailor di “Leviathan”) che nel tappeto ritmico è perfettamente coadiuvato dal basso di Andrea Burgio, mentre le sei corde di Francesco D’Adamo e Sean Worrel sciorinano note ed evoluzioni chitarristiche capaci di coprire il campo che va dal death metal più rabbioso al djent futuribile. Con Worrel ottimo anche dietro al microfono, abile a usare la voce come un supporto ulteriore all’immane gamma musicale sgorgante dalle casse dello stereo. Mi preme sottolineare, però, come tali capacità siano messe al servizio del collettivo senza mai risultare forzate o autoreferenziali.

Ogni brano di questo disco pare avere una vita propria a sé stante ma, allo stesso tempo, come pezzi di un mosaico, è collegato in modo naturale con il precedente e il successivo, per cui una volta assimilato il quadro nel suo complesso (leggasi dopo ripetuti e attenti ascolti) è impossibile non riconoscere l’unitarietà dell’opera, come se stessimo ascoltando un’unica, contorta composizione. L’eponima traccia, posta nel bel mezzo del disco, è la migliore testimonianza della musica dei Nero Di Marte. Nei suoi quasi tredici minuti sono passati in rassegna tutte le peculiarità del gruppo: dopo un’introduzione lenta e ipnotica, si scatena la furia dei ragazzi, la creatura selvaggia pare svegliarsi e allora è un tripudio di cambi di tempi e di temi portanti, urla, sussurri, chitarre che s’inseguono. Una babele sonora da vivere tutto d’un fiato fino all’inquietante stacco di metà brano, dove l’animale pare placarsi e i suoni si fanno sinistri e raggelanti. Ma è solo un attimo, dopo di che tamburi sciamanici riportano desta la bestia e allora si ricomincia con un nuovo filo rosso impugnato al capo opposto dai Mastodon di “Blood Mountain” fino all’apoteosi finale. Le altre canzoni sono come dei ‘bignami’ di quanto testé descritto: possono essere più intransigenti come “Convergence”, ottima per rappresentare il risveglio della creatura, oppure più paranoiche e al contempo melodiche come la splendida “Resilent”; ma raccontarvele tutte in ogni minimo dettaglio sarebbe uno sgarbo nei Vostri confronti; significherebbe togliervi il gusto della scoperta, il sapore che si prova quando ci si trova dinanzi a qualcosa di nuovo che ci incuriosisce e ci appassiona ascolto dopo ascolto, sguardo dopo sguardo.

Il mosaico è lì, pronto per essere ammirato, la creatura che vi è rappresentata non aspetta altri che voi.

Matteo Di Leo

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