Recensione: Nessun Luogo

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Terza fatica in studio per il progetto Asofy, in cui l’artista Tryfar ci racconta del quartiere in cui vive, di come la collocazione geografica permettesse una sorta di stasi temporale nel passato, e di come invece oggi i cambiamenti industriali abbiano trasformato tutto questo.

Emozioni rarefatte si alzano, e ci vengono così raccontate da questo artista. Non è certo il tecnicismo ciò che Tryfar va cercando, ma l’emotività, la capacità di creare ambientazioni che ci portano, in questo caso, in un ideale viaggio che personalmente intravedo in noi stessi. Tutti i luoghi, e nessuno, esperienze e sfumature che ognuno di noi potrà interpretare a seconda della strada che la vita ci ha portato a solcare.

Il sound è un ambient balck metal, introspettiva malinconia per nulla autodistruttiva, ma che porta a far riflettere. Coscienza la nostra in cui ci rifugiamo, rifuggendo in questo silenzio che dapprima ci soffocava, ma che ora, per familiarità troviamo accogliente, quasi non ne capissimo la vera natura. Così, ciò che prima ci era indifferente, ora diventa nostalgico ricordo, ciò che pareva un muro che non ci permetteva di crescere, ora diventa barriera che ci protegge.

Il suono del vento, la polvere alzata da esso che dipinge immagini prima nemmeno viste, ora si materializzano di fronte a noi, come d’incanto. Non ne coglievamo l’essenza, il valore, ed ora con mestizia ne rimpiangiamo lo spirito. Ciò che ci consola, è che tutto questo è impresso in noi, nella nostra memoria, in un arpeggio di chitarra, in tempi che dilatati via via ci raccontano di un cielo che sopra di noi cambiava e ci raccontava di una natura immensa, nella quale ci sentivamo piccoli piccoli. Da quel quartiere però, ci sentivamo un po’ meno sperduti, avvolti in un silenzio che ora abbiamo solo qui dentro, appeso al cuore.

Asofy è un suono raffinato, il buio di una notte gelida, la voglia di raccontare il sound della nera fiamma con introspezione. Nessun sofisma o dotta citazione,   “Nessun Luogo” è il rifugio che l’anima ci riserva, catarsi che ci riporta idealmente a casa, tepore che si spegne poi via via confrontandosi con la fredda realtà dei sensi. Viviamo una lotta che non ci darà mia pace, la cui sola presa di coscienza dell’inevitabile cambiamento delle cose ci regala quiete. Complimenti sinceri a Tryfar, la cui sensibilità e vena compositiva non deludono, augurandogli la considerazione che merita.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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