Recensione: Pinnacle Of Bedlam

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Siamo schietti: il 2013 non poteva iniziare con un’uscita migliore! L’attesa durata quattro anni dal precedente “Blood Oath” è stata interrotta dall’uscita del video “As Grace Descends”, che annunciava il settimo capitolo della saga Suffocation, e tanto di ‘making of’ con i fan che hanno raccolto l’appello di un appuntamento a Brooklyn, tastando realmente i cinque in gran forma.

E se il buongiorno si vede dal mattino, tutto ciò non faceva che fomentare l’attesa per “Pinnacle Of Bedlam”, a iniziare dall’impressionante artwork raffigurante la ‘follia’ scatenata dalla profezia dei Maya sulla fine del mondo. Fin dalle prime battute il dato oggettivo è che il sound dei Suffocation è unico e inimitabile: passano gli anni, cambiano le produzioni e gli interpreti, ma la loro musica è al di sopra delle ‘parti’. Gli incroci chitarristici, la gestione dei tempi, il songwriting e quel Mullen che sfodera grinta e timbrica unica, continuano a essere materiale inimitabile sul quale si fonda il loro motto. Culross non fa rimpiangere Smith dietro le pelli, sostituzione già tastata nell’EP “Despise The Sun” quindici anni fa. Anzi, per certi versi esalta il nuovo disco con un instancabile ‘split-work’ tra martellamento incessante e buon gusto. Se “Blood Oath” era chiaramente in fase discendente, le dieci tracce di “Pinnacle Of Bedlam” ci fanno ricredere su una prematura fine ‘compositiva’ della band.

Mullen prende in mano le redini sin dai primi secondi di “Cycles Of Suffering” e ‘presenta’ il ritorno con «Soon we are all to die, your hopes and fears irrelevant, projections of life and death, become complete reality», sostenuto da quello che è il classico riffing made in Marchais/Hobbs, e via fino al loro ‘caratteristico’ slow tempo con trilli chitarristici che variano colori e atmosfere. Ottimo inizio, la seguente “Purgatorial Punishment” convive con qualche assaggio di tempi dispari e la prova di Culross sale di scena soprattutto nella sezione di ‘accompagnamento’ e durante i soli. Il vortice iniziale della chitarra introduce “Eminent Wrath”, un’altra sberla fino a quello che potrebbe essere un ritornello, e via con stop’n’go ai quali Mullen si aggancia per condurci a una tregua temporanea dettata da un breve arpeggio, ma da questo punto il medium che seguirà non è convincente come finale. Non c’è tempo di rammaricarsi che “As Grace Descends” scatena l’inferno ‘girando’ benissimo tra riffing e ritmica fino all’atteso slow in 6/8 che lascia spazio alle chitarre. La forma ‘a specchio’ di “Sullen Days” e il suo arpeggio atonale metteranno senza dubbio in disaccordo i fan della band, una sorta di “Nothing Else Matters” del death metal, ma fortunatamente le giuste contrapposizioni ritmiche e metronomiche la rendono accattivante e in linea con il resto del disco. La title-track non può fallire, e l’infernale ritmo imposto è spezzato solo da sprazzi melodici di Marchais prima, e Hobbs a seguire. “Pinnacle Of Bedlam” evidenzia nettamente i ruoli dei singoli nella squadra, dove ognuno gioca nell’interesse del sound globale senza personalismi isterici fuori luogo. In compenso “My Demise” desta interessa solo per qualche tempo dispari e poco altro. Non penseranno già di abbandonare la nave? Niente affatto! Culross incolla le chitarre e il lavoro di Boyer al basso, ridando gas in “Inversion”, dove i medium tempo e il solo di Hobbs sono ammessi per smorzare la furia cieca dei cinque. “Rapture Of Revocation” e “Beginning Of Sorrow” chiudono – con uno slow-tempo in perfetto stile Suffocation – il capitolo “Pinnacle Of Bedlam”.

A conti fatti sono pochi gli episodi che lasciano qualche perplessità, ma sarà anche perché ci si aspettava troppo, e anche di più, da questo ritorno. Il materiale proposto è interessante, continua la proposta di sezioni più ‘tranquille’ rispetto al passato (remoto), ma a mio avviso coerente con la direzione intrapresa. Alcuni testi fanno riferimento al libro tibetano dei morti sulla preparazione alla morte prima della rincarnazione e sono enunciati da Mullen in modo trascinante e apocalittico, marchio di fabbrica di uno dei massimi esponenti del genere.

La sensazione di confuso e felice regna, l’adrenalina iniziale risulta svanire solo per brevi momenti, ma ‘di pancia’ il sound avvolgente che sprigiona il quintetto newyorkese dopo un quarto di secolo, è di quelli di cui ci s’innamora e non se ne può fare a meno, qualunque siano le scelte stilistiche e i percorsi ‘alternativi’ intrapresi.

Vittorio “vs” Sabelli


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Tracce

01. Cycles Of Suffering 3:56
02. Purgatorial Punishment 2:44
03. Eminent Wrath 3:40
04. As Grace Descends 3:04
05. Sullen Days 4:57
06. Pinnacle Of Bedlam 3:42
07. My Demise 4:03
08. Inversion 3:50
09. Rapture Of Revocation 3:49
10. Beginning Of Sorrow 4:32

Durata 39 min.

Formazione

Frank Mullen – Voce
Terrance Hobbs – Chitarra
Guy Marchais – Chitarra
Derek Boyer – Basso
Dave Culross – Batteria

 
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