Recensione: Playground Of The Damned

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Gli anni ’70 stavano ormai tramontando quando cinque ragazzi di Wichita, nel Kansas, ebbero l’idea di unirsi per suonare insieme e dar vita ad un nuovo progetto musicale, i Manilla Road. Dopo quarant’anni e una dozzina di album all'attivo, i Manilla Road sono ormai considerati tra i numi tutelari dell’epic metal più cupo e intenso. In questo lungo intervallo temporale, sono molti gli avvenimenti che hanno segnato la storia del gruppo statunitense: oltre a numerosi rimaneggiamenti della formazione, soprattutto per quanto riguarda la sezione ritmica, gli annali della band hanno registrato quasi un decennio di stasi dovuto al temporaneo scioglimento del gruppo; fortunatamente per i numerosi appassionati, il nuovo millennio ha portato ad un riavvicinarsi delle parti in causa che, da allora, hanno continuato a realizzare dischi i quali, sebbene non abbiano mai raggiunto i fasti delle origini, hanno contribuito a cementare il buon nome di Shelton e soci. Dopo tre anni dalla pubblicazione di Voyager, i Manilla Road tornano con il nuovo frutto delle loro fatiche: Playground of the Damned.

L’impatto iniziale con il disco è disorientante: la copertina dell’album non è certamente coerente con i canoni del gruppo ma da piuttosto l’impressione di essere stata prelevata di peso da una raccolta di singoli death metal; scelta discutibile ma non si giudica un libro (o un disco) dalla copertina! Eventuali dubbi vengono fugati da un’apertura in pieno stile Manilla Road: Jackhammer è una canzone pesante e maestosa, caratterizzata da riff di chitarra massicci e ipnotici. La traccia mostra immediatamente le note dolenti che caratterizzano questo disco: la prima, e più evidente, è la qualità della registrazione, la seconda è l’inevitabile infiacchimento delle parti vocali; nonostante ciò, il brano è convincente e appagante, riesce subito a mettere l'ascoltatore nell'umore giusto per fruire pienamente del disco. Into The Maelstrom apre con un arpeggio buio e grave dall'evoluzione graduale che, con marziale solennità, si evolve in un pezzo dall'incedere lento e inarrestabile, affidando a fraseggi minimali il compito di aprire la strada ad una marcia che ci condurrà verso il nucleo più interno del disco; nulla di originale, sicuramente, ma decisamente appetibile. La terza traccia è quella che da il nome al disco, leggermente più vivace delle precedenti, intesse dei ritmi ipnotici su un’intelaiatura formata da una ritmica aggressiva che si interseca con delle melodie dal sapore orientaleggiante affidate a chitarra e voce. Anche Grindhouse viene introdotta da un intimistico assolo di chitarra che sfocia, piano piano, in un martellante e oscuro viaggio nella follia umana; grandiosa la parte centrale, uno strumentale in cui tutti i musicisti si affiancano, si alternano, dialogano tra di loro per creare una mescolanza musicale che entra direttamente nel cervello prima di sfumare a vantaggio di Abattoir De La Mort. E’ un vero peccato che la batteria sia così penalizzata dalla produzione del disco, la cavalcata iniziale viene mortificata ad un mero crollo di barattoli lungo una lunga rampa di scale; il pezzo, comunque, si mantiene su buoni livelli, soprattutto grazie alla chitarra di Shelton che cava d’impiccio il gruppo nei momenti di maggiore stanca. Fire Of Ashurbanipal è un concentrato di epic metal in salsa Manilla Road: un’introduzione solenne pone le basi per una serie di riff pulsanti e insistenti che proseguono incessanti fino allo smorzamento finale che funge da trampolino per il primo dei due pezzi che vede la partecipazione di Vince Goleman alle quattro corde: Brethren Of The Hammer. Il pezzo è di una potenza incredibile, aggressivo e vigoroso, è sicuramente uno degli episodi più riusciti del disco, non un attimo di esitazione per tutta la durata del brano. Bello anche l’arpeggio che caratterizza la prima parte di Art of War; il gruppo riprende le tematiche vichinghe che tanto gli sono care per dar vita ad un brano più composto, una gravità di fondo pervade le note prima del definitivo crescendo finale che chiude la canzone e il disco.

Playground of the Damned è un buon album; non passerà certo alla storia come capolavoro, ma è comunque un valido capitolo di una discografia che raramente ha annoverato fallimenti. Come già accennato nel corso della recensione, sfortunatamente il disco non è esente da difetti: sebbene il gruppo statunitense non abbia certo abituato i suoi fan a qualità audio eccelse, è sconcertante che un disco uscito nel 2011 abbia le sonorità di uno di trent'anni fa. L'altro neo del disco, decisamente meno rilevante, è la fiacchezza dei vocalizzi, evento purtroppo inevitabile con il passare degli anni. Non c'è molto altro da aggiungere, il disco sarà adorato dagli appassionati dei Manilla Road e piacerà sicuramente anche a chi apprezza l'epic metal meno scoppiettante; il voto finale, però, non può che risentire delle problematiche già esposte. I Manilla Road hanno ancora qualcosa da dire ai loro fan; se hanno intenzione di continuare così, aspettiamo con ansia il prossimo album!

Damiano "kewlar" Fiamin

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Tracklist:

  1. Jackhammer
  2. Into The Maelstrom
  3. Playground Of The Damned
  4. Grindhouse
  5. Abattoir De La Mort
  6. Fire Of Ashurbanipal
  7. Brethren Of The Hammer
  8. Art Of War

Formazione:

  • Mark "The Shark" Shelton: Chitarra, Voce
  • Bryan "Hellroadie" Patrick: Voce
  • Cory "Hardcore" Christner: Batteria
  • Vince Goleman: Basso
  • E. C. Hellwell: Basso
 
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