Recensione: Power From Hell

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Parlare della storia del Rock crea sempre un po’ di confusione; è difficile scandire date precise per gli eventi che si sono susseguiti in quasi sessantacinque anni, coinvolgendo intere nazioni, da quando maree di giovani hanno capito che la musica non era solo una fonte di intrattenimento comune, una specie di colonna sonora di sottofondo della vita, ma era il più importante veicolo per trasportare la cultura ed il modo più rapido e coinvolgente per trasferire le proprie idee.

Era il 17 luglio 1954 quando Elvis Presley salì per la prima volta su un palco (dopo l’incisione di un quarantacinque giri ‘autoprodotto’, praticamente come si fa ancora oggi) e da lì tutto cambiò, perché alla voce il cantante unì l’atteggiamento del corpo, scatenando una vera rivoluzione.

Rhythm and Blues, soul, boogie, musica folk cominciarono a fondersi per strutturare quello che divenne il Rock’ n’ Roll e gli artisti dettero sfogo alle loro sensazioni interiori per dimostrare le proprie attitudini. 

Era un’epoca dove lo scambio di idee e di novità era continuo, soprattutto tra i due paesi dove questo fenomeno era particolarmente acuito: l’America e l’Inghilterra. Beatles, Chuck Berry, Buddy Holly, Rolling Stones e molti altri cercarono, ottennendolo, il successo trasvolando in terra straniera con la conseguenza di far capire i loro pensieri a sempre più gente.

Tra questi un evento fu fondamentale: Eddie Cochran e Gene Vincent sbarcarono in Inghilterra e la colpirono con un maglio facendo esplodere il movimento con il loro atteggiamento indisciplinato e sfacciato. Tutto era cambiato: il Rock’n’Roll divenne sinonimo della ribellione giovanile, a volte pacifica, come quella del movimento hippies, oppure violenta come quella scatenata dal punk che i Ramones portarono in Inghilterra e che venne assimilato dai Sex Pistols, ma anche eclettica ed estrosa, affascinante o pericolosa.

Cosa centra tutto questo pistolotto in forma ridotta e riduttiva della storia del Rock con il Thrash Metal? A parte la derivazione (senza Rock’n’Roll niente Thrash), lo scambio culturale è continuato anche con il genere estremo: in Inghilterra l’Hard Rock di Deep Purple, Who e Led Zeppelin si è evoluto nell’Heavy Metal, che è stato assorbito dall’America che, a sua volta, ha fuso la precisione della NWOBHM con l’Hardcore, creando il Thrash Metal: genere musicale ed attitudine di vita, dove la ribellione veniva evidenziata dalla ferocia degli elementi musicali e dall’uso della voce. Magliette e jeans strappati sostituivano pelle e borchie e non erano più necessari i grandi palchi per suonare e neanche essere, per forza, dei supermusicisti. I giovani si riunivano nei garage, ogni posto per suonare andava bene, era importantissimo il contatto musicista-pubblico, in pratica senza barriere e con i propri idoli si andava a bere una birra dopo il concerto.

Questo accadeva in America, ma l’Inghilterra non restò indietro: gli Onslaught ne sono forse il maggiore esempio.

Nati nel 1983 come band Hardocore Punk si approcciarono progressivamente al Thrash Metal prendendo ad esempio quanto accadeva nella Bay Area e sfornarono, nel 1985, ‘Power From Hell’, il loro primo album.    

Difetti ‘Power From Hell’ ne ha a bizzeffe: la maggior parte delle canzoni sono troppo simili, con il batterista a cui avranno dovuto mettere una camicia di forza per farlo smettere dopo le registrazioni tanto pesta sempre uguale, la produzione è scarna, con un investimento che deve essere stato poco più delle monete che s’infilavano nei flipper e l’arrangiamento di alcuni assoli è approssimativo e non rende giustizia alle capacità di Nige Rockett, ma non è questo quello che conta, anzi, alcuni difetti diventano pregi perché trasformano l’album nella quint’essenza del Thrash Metal, rappresentandone appieno la volontà del movimento. Voce potente ed incisiva, anche se limitata nell’estensione, una ritmica martellante ed estenuante, lo sprigionamento di una forza e di una ferocia terrificante, ravvisabile solo in pochi altri album come ‘Seven Churches’ dei Possessed.

L’album contiene tutto quello che all’epoca serviva per essere una Thrash Band, comprese le imperfezioni.

Le influenze del Black Metal dei Venom si sentono, soprattutto nella parte introduttiva (‘Damnation’), dove è il vecchio satanasso a parlare, nei testi e nel modo di cantare, ma è altrettanto palese che gli Onslaught vogliono andare oltre, non limitarsi a scatenare solo pogo infernali.

La prima vera traccia ‘Onslaught (Power from Hell)’ è devastante, mischiando velocità a violenza brutale e può dirsi un brano attuale ancora oggi, forse sottovalutato per la sfortuna di essere uscito nel 1985, anno nel quale di Hits ne sono state incise a centinaia.

Thermonuclear Devastation’ prosegue sulla stessa linea, mentre ‘Skullcrusher 1’ è uno strumentale che dimostra le capacità degli allora quattro demoni (diventati successivamente un quintetto) di Bristol, con un buon arpeggio iniziale, cambi di tempo, riprese ed  un vero assolo lungo ed articolato.

Lord of Evil’ ha un riff da battaglia e si sviluppa su un tempo cadenzato insolito per il disco, con buone sincronie e partenze. Valido l’assolo finale, preceduto da un’accelerazione in stile.

Parlare di tutti i pezzi non è necessario, perché, come già detto, non sono troppo differenti uno dall’altro. Ultima nota su ‘Death Metal’, dal titolo ‘profetico’ ma, nella realtà, brano un po’ debole e troppo ripetitivo.

Power From Hell’ può piacere o non piacere; all’epoca sono usciti decine di album che sicuramente hanno lasciato un segno maggiore, tanto è vero che il vero successo gli Onslaught lo ottennero con ‘The Force’ dell’anno successivo, con formazione parzialmente rimaneggiata.

Quello che conta di ‘Power From Hell’ è la sua importanza storica: il modello americano del Thrash Metal entrava in Europa per amalgamarsi con il movimento del vecchio continente, confermando l’importanza dello scambio culturale tra i giovani, vero strumento per portare avanti il concetto di modernità.          

 

 
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