Recensione: Refugium Peccatorum

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Refugium Peccatorum dei The Black vide la luce nel 1995 in sole 668 copie viniliche a 33 giri, sotto l’egida della Black Widow Records. Il disco sancì l’inizio di un connubio discografico vincente e durevole fra l’artista multitasking pescarese Marius Donati, Líder Máximo del progetto musicale dalla pigmentazione nera e la label di Genova.

Data l’aura di culto che da sempre accompagna i lavori di Di Donato, nel giro di pochi mesi la fornitura dell’album venne esaurita ed infatti la recensione fa riferimento alla versione reperibile di Refugium Peccatorum, uscita nel gennaio del 2012 su Cd sempre per la Black Widow Records e contenente rispetto all’originale tre bonus track. Ad accompagnarla, un booklet di otto pagine con nelle due centrali un’ottima rappresentazione del quadro “Da un 3° sogno di un Pescolano”, a firma Marius Donati. In copertina, invece, il suggestivo particolare tratto da “Le Scale Del Diavolo”, del 1985.

La formazione “base” permane quella del predecessore Abbatia Scl. Celmentis: oltre a Mario alla voce e alla chitarra, Enio Nicolini al basso ed Emilio Chella alla batteria. Tante le varianti al tema, comunque, lungo i quattordici brani. “Juvanum”, ripescaggio dei Requiem, vede Amedeo D’Intino al basso, Eugenio Mucci alla voce, Di Donato alla chitarra e Giuseppe Miccoli alla batteria. In “De Profundis Tenebrarum” invece, la line-up schiera Di Donato, Mucci, Nicolini, Chella e Jan Bernardi alle tastiere. Il poker composto da “Animae”, “Prex”, “Lux Veritas”, “VII Orbis” oltre a Miccoli/Di Donato include Belfino De Leonardis al basso e Sasha Buontempo alle keyboard. Per chiudere, nelle tre bonus track, la batteria è suonata da Gianluca Bracciale.

Molto variegato, quindi, l’universo musicale scomodato dai The Black in questo disco volutamente incentrato sui peccati commessi dall’uomo e la speranza di liberarsi dagli stessi attraverso delle operazioni di pentimento. La cosa, inevitabilmente, si riflette anche nel sound proposto dalla band che si discosta dall’HM fragoroso di Abbatia. Il mantenimento del trademark è comunque assicurato dalla prevalenza dei brani cantati in latino. La componente mistica ed evocativa, come scritto nel libro Ars Et Metal Mentis è predominante ed il ritorno al doom delle radici evidente. La quota parte obbligatoria di horror in chiave italica è invece garantita dalle numerose parti strumentali, a partire dalla title track, degna di un film di Dario Argento. 

Chiarito che le tre bonus track facciano campionato a parte, peraltro di livello, pezzi del calibro di “De Profundis Tenebrarum” e della stessa “Juvanum” incarnano lo spirito di Refugium Peccatorum appieno ma qualcosa all’interno dell’economia generale del lavoro scricchiola. Forse anche perché compresso nel sandwich fra due colossi della discografia di The Black quali Abbatia Scl. Clementis e Apocalypsis e senza dubbio penalizzato dalla genesi del materiale che vi è ricompreso, con una datazione che passa dal 1989 al 1994, registrato da line-up differenti, il quarto capitolo ufficiale del combo abruzzese risulta poco focalizzato. Il sound che meglio rappresenta la premiata ditta Marius Donati & Co. a parere dello scriba sgorga dai solchi dello stesso Abbatia ma soprattutto trova il proprio equilibrio lungo le trame di Apocalypsis, Golgotha e Gorgoni. Alla luce di quanto esposto Refugium Peccatorum paga dazio, sebbene mantenga l’allure fascinoso tipico dei dischi meno diretti e riusciti degli artisti di peso, come per l‘appunto i The Black.          

Refugium Peccatorum, ora pro nobis…

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 
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