Recensione: Resist

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La resilienza è un elemento essenziale nel racconto biografico degli Within Temptation. Il combo olandese ha sempre vissuto sul filo del rasoio, sin dai tempi del debut “Enter” (1997), osteggiato dai metallari più conservatori per il grande spazio lasciato alla purezza delle melodie a discapito della componente più pesante, per non essere, a loro (ingenuo) dire, un prodotto true metal. Un marchio d’infamia che sembra non aver mai costituito un freno alla creatività della band. Del resto la storia sembra aver dato ragione al gruppo di Sharon den Adel, tanto che oggi gli Within Temptation sono annoverati a pieno titolo come una tra le band più influenti di sempre nel panorama del metal sinfonico. Non paghi, i nostri sono riusciti negli anni a rompere anche con questo genere, da “The Unforgiving” (2011) le sonorità hanno subito un’ulteriore virata verso il pop e con importanti elementi di elettronica ballabile. Poi ancora, nuova rivoluzione con il controverso “Hydra” (2014), un mostro a tre teste che da un lato magnificava alcuni aspetti orchestrali e lirici con un brano come “What About Us”, forte del featuring di Tarja Turnen (ex-Nightwish) che ha realizzato il sogno più recondito di molti fan cresciuti musicalmente all’inizio degli anni 2000 – ma che al contempo si spingeva ancora più verso il “music business”, con momenti più pop, fino ad un brano rap metal (?) in un improbabile duetto con Xzibit  (Pimp My Ride su MTV, ve lo ricordate? Siamo sempre nella prima decade del 2000), ed un’eterogeneità che aveva già fatto esplodere tutte le contraddizioni assieme all’enorme creatività della band olandese, con un’identità multiforme e qualche dubbio sul “cosa voler fare da grandi”. La storia più recente parla di una Sharon poco ispirata e povera di stimoli in ambito metal, che negli ultimi anni ha anche pensato di abbandonare la band; nel 2017 la release del suo debut solista “My Indigo”, disco lontanissimo dalla sensibilità di chi è cresciuto a grossi cori ed orchestre imperiose, minimale ed intimo nella sua dolce semplicità.

Resist” è l’ennesimo capitolo in questa storia di resilienza. La dimostrazione che una grande band non si ferma alle categorie precostituite o autoimposte, ma che dove possibile lotta per crearne di nuove, completamente refrattaria ai giudizi altrui. Poi se vende bene, tanto meglio. Se è vero che audentes fortuna iuvat, lo è di certo anche il fatto che l’audacia non sia mai “a costo zero”. Anche la follia ha un suo senso della misura, e non basta gettare il dado e varcare il Rubicone per vincere la guerra.
 
Previsto inizialmente per il 14 dicembre 2018 e posticipato per problemi legati alla produzione ad inizio febbraio 2019, delle dieci tracce che compongono il disco sono ben quattro i singoli già rilasciati, che hanno dato modo ai fan di adattarsi alla nuova forma assunta della band. Se “Hydra” era un disco fortemente eterogeneo, “Resist” si mantiene su livelli abbastanza costanti, senza toccare vette particolari e senza hit di particolare rilievo. Del resto ce n’eravamo già accorti proprio con i singoli che hanno anticipato il disco: molti sintetizzatori, meno orchestra, linee melodiche sempre molto eleganti. “The Reckoning” con Jacoby Shaddix (Papa Roach) è un’opener di classe e perfettamente riuscita (le oltre 4 milioni di visualizzazioni su Youtube dallo scorso settembre parlano chiaro), anche se farei fatica ad inserirla in una top 5 nella carriera della band. Stesso discorso per “Raise your Banner”, forte degli scream di Anders Fridén (In Flames), altro pezzo certamente di qualità con un bel refrain anthemico ed un buon assolo. Al dittico  tra le migliori proposte potremmo aggiungere la traccia finale “Trophy Hunter”, altro pezzo molto riuscito tra elettronica e metal. 
Non male anche alcuni pezzi dove la componente synth-pop travalica quella metal: “Supernova” è veramente godibile, con un inserto corale che ricorda le origini della band, mentre incede un po’ troppo nel refrain rischiando di perdere in longevità, o la più veloce “Mad World”, che non farà certo gridare al miracolo ma ricorda da lontano il classicone “Sinéad”. Del tutto da dimenticare il singolo “Firelight” feat. Jasper Steverlinck, che sembra uscito da “My Indigo” col suo leggero incedere potrebbe tranquillamente stare su un disco di Adele (come B-side, beninteso), con una base decisamente irritante e monotona che ne rovina la struttura. Abbastanza passabile il resto, con melodie piacevoli e ricercate, ma se cercate emozioni forti o colpi di scena rispetto a quanto ascoltato con i singoli forse è meglio rivolgersi altrove.

Ma allora “Resist” è un bell’album o no? Dipende. Di sicuro è il momento più lontano dal metal primigenio degli Within Temptation, l’afelio di un’orbita ormai più che ventennale. Il comparto sinfonico va ricercato con la flebile lanterna del pazzo nietzschiano che cerca Dio (cosa sta cercando l’antieroe nella cover art del disco? Forse la sua stessa identità tra le infinite possibili?), completamente sostituito da un muro distopico di musica elettronica. La magniloquenza dei cori angelici di qualche (qualche?) anno fa si arrende al minimalismo freddo del silicio, una res(istenz)a all’algoritmo ed al controllo che è poi il concept stesso dell’album, votato alla lotta contro i poteri digitali di un mondo sempre più cupo e opprimente, dove per sollevare il vessillo della libertà è pur sempre necessario il sacrificio ancestrale del sangue e delle lacrime versate in battaglia. Un disco sicuramente gotico ed oscuro, in una maniera terribilmente contemporanea, in un riuscito dialogo tra musica e testi. Se da un lato non possiamo che apprezzare l’ennesima mutazione degli Within Temptation, sempre molto piacevoli e mai uguali a sé stessi, l’impressione è che con “Resist” sia stato fatto qualche passo falso di troppo alla ricerca dell’ennesimo superamento. Sarà interessante vedere come risponderanno i cugini Delain, in uscita quest’anno, anch’essi impegnati nella ricerca di un metal più leggero ma non per questo meno profondo. 

In bilico tra resistenza ed esistenza, la band olandese non mancherà comunque di mietere consensi in giro per il mondo tra fan vecchi e nuovi strizzando l’occhio a generi più commerciali con questa distopia synth-gotica, forti dell’ennesima prestazione magistrale di Sharon den Adel al microfono, che è sempre un piacere ascoltare dal vivo e su disco. Eppure a livello di songwriting manca davvero qualcosa che saprà dividere gli ascoltatori come mai prima d’ora: manca la sfrontatezza dei due dischi precedenti, in tutti i sensi, in un vuoto riempito troppo sovente da vagoni di tastiere ed elettronica senza particolare originalità, tolti i quali restano “solo” una manciata di belle melodie cantante da una voce celestiale ed intuizioni che potevano essere ulteriormente sviluppate. Staremo a vedere se la storia ribalterà anche questi giudizi contraddittori. Non ci resta che augurare agli Within Temptation di procedere sul sentiero della resilienza in questo modo folle, continuando a cambiare. Sempre. Senza paura.

We know that nothing stays the same 'cause we're living in a mad world…
 

Luca “Montsteen” Montini
 

 
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