Recensione: Resolution

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Osservando l’artwork dell’album, ci si aspetterebbe quasi di andare ad ascoltare musica folk, o del cantautorato... nulla di più errato. Gli irlandesi Chosen si presentano al pubblico con il loro primo full-length autoprodotto, “Resolution”; un’autentica esplosione di tecnica e stili.

Difficile inquadrare il genere proposto dal duo irlandese: evidente è la matrice death, ma sicuramente sono presenti influenze di artisti come Messhuggah e Fear Factory. Più in generale, la band non sembra aver voglia di seguire schemi di alcun tipo, ma di cimentarsi più che altro nel campo dell’estremo, dello psichedelico e dello sperimentale (non mancano richiami a Mastodon e Faith No More). Una cosa è certa, i Chosen non appartengono alla vecchia scuola così come prendono le distanze dalla moda attuale, riuscendo a entrare nella ristretta cerchia di artisti che possono vantare un proprio stile personale.

L’opening track, “Engines Of Belief”, ben rende l’idea del luogo di provenienza della band, l’Irlanda, grazie a un intro a base di percussioni e strumenti a corda dall’indubbio sapore gaelico. Dopo circa venticinque secondi di folklore, il brano esplode in un riff granitico che prende le sembianze di un colpo alla bocca dello stomaco; l’ascoltatore resta per un attimo senza fiato, ma il drumming monolitico di McCann e lo scream profondo e aggressivo di Shields lo trasportano immediatamente in un circolo ritmico dal quale è arduo sottrarsi. Poi, quasi all’improvviso, il ritornello che non ti aspetti: la voce diventa pulita, profonda, melodica... niente a che vedere con i refrain lagnosi e depressivi a cui ci avevano abituati negli ultimi anni. Il pezzo riparte subito e continua a macinare note fino a quando si passa a riff spezzati e cambi di tempo che introducono un solo di chitarra assolutamente malato. Il brano cambia ancora, con giri ritmici pesanti e quadrati che si alternano a passaggi dal sapore psichedelico.

Ciò che non cambia invece, è la direzione di tutto l’album: le seguenti otto tracce ricalcano, in maniera grossomodo fedele, quanto detto a proposito del primo brano. Davvero molto piacevole lasciarsi trasportare dalle melodie mai scontate, da arpeggi come quello della splendida “The Narcissism Epidemic” (è dai tempi di “Battery” dei Metallica che non venivo coinvolto nell’atmosfera creata dalle chitarre, ignaro dell’imminente detonazione che sarebbe seguita di lì a poco). Molto ben riuscito l’utilizzo dei vari stili di canto utilizzati da Paul Shields, il quale è in possesso di uno scream davvero notevole (in quanto grezzo e profondo) e di una voce che, pur non esprimendo un’estensione vocale di dimensioni epiche, riesce a infondere la giusta espressività a parti melodiche per nulla artefatte o forzate; bellissimo l’utilizzo delle due voci (scream e clean) su “Mental Clarity”.

Lo stesso frontman dimostra di essere anche un chitarrista dotato di una tecnica e uno stile non indifferenti: le melodie e i giri di chitarra non sono mai banali, mai semplicistici, mai noiosi nonostante la vorticosità di cui sono pregni. Proprio l’accurata fusione tra i vari riff rende fluido e scorrevole l’ascolto di nove componimenti che non terminano mai nel modo in cui sono cominciati, tant’è la varietà che è in essi racchiusa. Ottima anche la scelta delle parti soliste, mai invadenti né fuori luogo, ma sempre ben dosate e attinenti al contesto generale del brano. Che dire poi della batteria... un autentico capolavoro di tecnica e precisione. Il drumming di David McCann è semplicemente perfetto! Certo, la prova del nove sarebbe quella di saper riproporre tale precisione in sede live, ma fidiamoci (per ora) di quanto ascoltato in questo lavoro: mid-tempo, sapiente utilizzo della doppia cassa, blast-beats, scariche e giri di tom che non stancano mai, cambi di tempo e velocità, ecc., una vera goduria per gli amanti delle percussioni. Poi ci sarebbe il basso... oppure no? Il volume di questo strumento è talmente infimo che non si riesce praticamente a capire cosa voglia esprimere; si nota appena qualche nota nei pochi momenti in cui le linee di basso si staccano dalla base ritmica per creare qualcosa di autonomo, ma niente di più. Inoltre, l’accordatura degli strumenti è talmente profonda da far sembrare quasi inutile la presenza di un ‘classico’ basso ritmico. Peccato, sarebbe stato un valore aggiunto a un lavoro davvero notevole.

Volendo tirare le somme: la musica proposta dai Chosen appare altamente espressiva, ben articolata e mai noiosa. Il buon livello tecnico dei musicisti si fonde perfettamente con il sound e lo stile innovativi. Ottimo album, dunque, per i due ragazzi della verde Irlanda, i quali meriterebbero (forse più di altri) di arrivare al grande pubblico in maniera definitiva.

Pasquale Carotenuto
 

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