Recensione: Resurrection

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Tra i numi tutelari dell'infinito suono anni ‘70/’80 - quello che non si spegne mai - prima giovine discepolo con gli Scorpions e poi guida delle sorti del rock britannico con gli immensi UFO. Sei corde divina, sparsa ovunque negli ultimi trentacinque anni, ma sempre legato a quel suono che ne ha fortificato uno stile ben definito, attraverso una carriera a più riprese, tra gloriosi apici come il concerto registrato al Budokan Theater o altrettanti profondi baratri a causa di problemi dovuti alla depressione e all’alcool. Ma basta far scivolare la mano dentro al mobile dei vinili che subito si viene investiti dai ricordi: un turbine di assoli a cento carati, sonorità nitide, melodie limpide, cristalline, trascinanti, una vera e propria glorificazione disseminata da tracce avvincenti e mai avare di sorprese. Un virtuosismo mai maniacale, ma un arricchimento della composizione. Questo per me è sempre stato Michael Schenker!


Superata da qualche tempo la sessantesima primavera, il biondo maestro tedesco non deve certo dimostrare più nulla a nessuno ed è libero di fare quello che preferisce e come preferisce. Così, dopo aver riesumato per qualche tempo il cadavere del MSG - con una line-up tutta da decifrare - ed averlo successivamente abbandonato per aprire le porte al nuovo progetto Temple Of Rock, anche qui facendosi aiutare da celebri pezzi di storia passata, come la sezione ritmica degli Scorpions anni ‘80 (che dal vivo ai miei occhi si è rivelata un bel disastro: deficitaria e antica). Ora è la volta di imbandire tavola per l'ultima cena e celebrare la festa insieme a nuovi, vecchi e ritrovati amici di un tempo passato. Questo per tenersi impegnato per circa un'annetto in tour e tenere 2/3 mesi liberi per assemblare questo nuovo disco. Dispiace, però, spegnere sul nascere gli entusiasmi: il nuovo "Resurrection" non è all’altezza della situazione.


E purtroppo le composizioni qui presenti non fanno gridare al miracolo. Certo, Schenker non è uno sprovveduto, e dopo le défaillance degli ultimi album del suo Tempio del Rock, ha deciso di fare le cose per bene, con gran spiegamento di mezzi, riportando a casa i 2 cantanti che si sono susseguiti nel MSG: Gary Barden e Graham Bonnet più Robin McAuley dal suo periodo più commerciale e radiofonico (non sono dispregiativi in questo caso) di fine Ottanta / inizio Novanta. Per quel che concerne la sezione strumentale c’è di che gioire dato che ritroviamo il bassista Chris Glen e l’ottimo batterista Ted McKenna, vecchi amici anche loro, nonché il chitarrista/tastierista compositore Steve Mann. Tutti riuniti insieme chi quasi in clandestinità, tutti con alterne fortune, a caccia della gloria che fu. A parte un'arrembante e granitica "Heart And Soul" (con ospite Kirk Hammett dei Metallica) con i suoi sali-scendi poderosi e vertiginosi - chi ha detto Dokken? - ingrana bene la marcia grazie anche a un Robin Mc Auley superlativo e una zingara e notturna "The Girl With The Stars In Her Eyes" con un ritornello a 'portata di mano' e un assolo che ad ascoltarlo pare fossimo sospesi sopra un sottile filo a un paio di chilometri dal suolo. L’album non riflette certo il suo titolo, dato che non testimonia nessun tipo di 'Resurrezione', ma sta di fatto che possiede ancora una volta tutte le peculiarità che distinguono e rendono immediatamente riconoscibile i lavori della band del chitarrista tedesco e si lega in parte alla tradizione di famiglia. “Take Me To The Church” con il suo organo da chiesa è tra le piu' belle del lotto, ma il microfono viene qui sorprendentemente lasciato a Doogie White, di provenienza Temple Of Rock. Bella e con un gran ritornello, ma Dougie la fa diventare una specie di b side di un qualsiasi lavoro dei Rainbow post DIO affossando il tutto. Questo non piace in un disco di Schenker, non piace affatto. Avremmo voluta sentirla cantata da Gary Barden, il cui compito viene ridotto a due semplici apparizioni: sull'inutile "Messing Around" - un boogie-roll brutto e noioso - e sulla sentita e decente "Living A Life Worth Living". Peccato! Meglio, semmai, i momenti più tipicamente hard-rock dove balena, a tratti, il vecchio talento melodico della band: soprattutto "Night Moods" con un Graham Bonnet più in palla a declamare su un suggestivo arabesco di tastiere e un ficcante assolo centrale classicamente schenkeriano, ma è solo un bagliore nel deserto. E non aiutano nemmeno la versioni cantate a 4 voci del singolo ruffiano apripista "Warrior" - che pure è piaciuto al pubblico - affogato in un ritornello stantio e in un coretto semplicemente raccapricciante. Brano volutamente composto per il mercato 'teTesco' e neppure la conclusiva title-track che parte con le cadenze della ballata atmosferica e con qualche promettente apertura melodica, prima di ingolfarsi malamente e ripetendosi in maniera un po’ antipatica e svogliata!


C'è da credere alla buona fede del vecchio leader quando afferma di voler dimostrare che "Il grande cuore è ancora vivo e pulsa sempre al massimo". Peccato, però, che alle sincere ambizioni non seguano i fatti. Non abbiate timore, tutti gli assoli sono il TOP per chi da sempre ama il sound di Michael Schenker. Le canzoni nel complesso, molto meno. Bella la strumentale "Salvation", ma non avevamo nessun dubbio in merito. "Resurrection" forse rilancerà le quotazioni commerciali della band del maestro tedesco, ma lascia il sapore amaro della grande occasione perduta. Tanto di cappello alla storia di Schenker, iniziata 40 e più anni fa sulle note di un’allora acerba "Another Piece Of Meat", ma questa volta le qualità per eccellere c’erano davvero tutte e si poteva fare decisamente di più. Alla prossima, Maestro, sono certo che in una maniera o nell'altra ci sorprenderai di nuovo.

 

 

MichaelSchenkerFest2017e

 

 
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