Recensione: ReVertigo

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Mats Levén e Anders Wikström sono i nomi che si celano dietro al moniker ReVertigo, nuovo side project targato Frontiers che va a collocarsi nella fascia classica del melodic rock di stampo nordeuropeo, fatto di suoni spesso levigati e scintillanti, seppur dotati di buone dosi di grinta ed aggressività.

Chi ha un minimo di esperienza nel settore, avrà riconosciuto nella coppia di artisti coinvolti un collegamento specifico che si rifà agli ottimi Treat, eminente band svedese cui sia Levén, sia Wikström – legati da duratura e profonda amicizia – sono in qualche modo connessi, avendone condiviso le fortune per alcuni tratti di carriera.
Le coordinate lungo le quali si sviluppano i brani dei ReVertigo non si discostano, in effetti, poi molto da quel tipo di sonorità care proprio ai Treat, lasciando intravedere punti di contatto pure con Hardline e soprattutto ultimi Pretty Maids.

Quanto prodotto e messo in pista dal duo Levén/Wikström non è di certo materiale privo di un qualche fascino, anzi, in alcuni casi è possibile imbattersi in brani di ottimo valore, scritti, suonati e confezionati con buon gusto e perizia.
Il songwriting tuttavia da talora l’idea di non essere del tutto omogeneo, riservando picchi qualitativi di rilievo ma, parimenti, mandando a referto alcuni episodi un po' più trascurabili e ripetitivi, tracce in cui i ritornelli appaiono leggermente forzati e ridondanti.
In mezzo, tutta una serie di canzoni di buona fattura, recanti copiose finezze stilistiche in cui riconoscere tutta l’esperienza di musicisti di lunga ed onoratissima militanza.

A voler essere incontentabili, un leggero peccato, giacché Il taglio modernista della produzione non dispiace affatto, così come la potenza espressa dalla chitarra di Wikström o la voce “carnivora” e rapace di Levèn. Nondimeno, il confronto che scaturisce dall’accostare brani quali “Sailing Stones”, “Gate of the Gods” e “False Flag” – eccellenti ai massimi livelli – con la tediosa cadenza di “Hoodwinked”, “Luciferian Break Up” e “In Revertigo” – troppo spinte su cori e tonalità post-grunge – appare purtroppo ingeneroso, rendendo sbilanciato un album dall’ottimo potenziale che, se benedetto da un trend compositivo più organico ed uniforme avrebbe potuto rappresentare l’ennesimo colpo gobbo perpetrato da Frontiers ai danni del portafoglio degli appassionati.

Fatte le dovute precisazioni, un ascolto che non manca di garantire qualche momento efficace di buonissimo melodic rock dal taglio contemporaneo ed evoluto, diretto da una coppia di artisti (cui si aggiunge l'esperto Thomas Broman alla batteria) - come si suol dire bonariamente - che “sa il fatto suo”.
La presenza di qualche filler di troppo, mescolato ad un voglia di suoni eccessivamente modern metal, mina però in alcuni casi la scorrevolezza del cd, cozzando un po’ con il profilo orecchiabile di una proposta dal doppio volto che, va comunque sottolineato con forza, necessita di un minimo di decantazione per rivelarsi nelle proprie sfumature migliori.
Da un lato, alcuni passaggi che annoiano o quasi stordiscono, dall’altro, l’eccellenza di tracce degne dei migliori Treat.

Insomma, non male. 
Ma invecchiando si diventa sempre più esigenti...e da due membri (o ex-membri) dei grandi Treat, avremmo voluto ancora qualcosa di più.

 

 
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