Recensione: Revolution Era

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Premessa d’obbligo: non mi ero mai avvicinato alla musica dei Derdian prima d’ora. Questo per una mia personale discriminazione verso il metal italiano, salvo rare eccezioni. La spinta all’acquisto di questo Revolution Era è partita dalla lista di ospiti d’eccezione chiamati a raccolta, e rappresenta l’occasione dunque per scoprire con colpevole ritardo una valida realtà nostrana.
La band, sul campo di battaglia dal lontano 1998, si è trovata momentaneamente sprovvista di cantante, e ha perciò pensato di presentarsi sul mercato con una raccolta di tredici brani rappresentativi della loro carriera, più un inedito. Un greatest hits, insomma, ma particolare, visto che le tracce sono state risuonate ex novo con l’apporto al microfono di tredici vocalist, sia italiani che internazionali. Tra loro spiccano per celebrità il solito, e sempre gradito, Ralph Scheepers (Primal Fear), il grande Apollo Papathanasio (ex Firewind, Spiritual Beggars), D.C. Cooper (Royal Hunt), Fabio Lione (Rhapsody of Fire, Angra), e il sempre notevole Henning Basse (Mayan), oltre agli italici Damna Moras (Elvenking) e Mark Basile (DGM).

Il disco si apre con la breve “Overture”, dal coro epico e pomposo, impreziosita subito dalla presenza di Apollo Papathanasio, per poi sfociare nel power sinfonico di “Burn” interpretata da Henning Basse (con Lisy Stefanoni degli Evenoire alle backing vocals): il pezzo viaggia che è una meraviglia, con l’ex Metalium sugli scudi grazie alla sua vocalità aggressiva e un refrain epico di scuola Rhapsody. Ottima anche la performance strumentale della band e la produzione, quadrata e piena. L’inizio dunque promette bene. Promesse mantenute subito da “Beyond The Gate”, con al microfono GL Perotti degli Extrema, altro pezzone power avvincente con ritornello che rimane facilmente in testa. Molto bello lo stacco centrale barocco con tastiera in primo piano a scambiarsi cortesie con gli assoli di chitarra, virtuosi al punto giusto.
La cifra stilistica dei Derdian è chiara: i Rhapsody (of Fire e Luca Turilli’s, sempre loro) rappresentano il punto di riferimento principale e universale, il cui canovaccio viene ripreso e elaborato con una qualità tecnica non da poco e idee efficaci. Lungo tutta la durata di Revolution Era veniamo avvolti da melodie sempre vincenti, epicità ai massimi livelli, in un viaggio che non subisce mai brusche battute d’arresto.
Bella “I Don’t Wanna Die” con D.C. Cooper ad offrire una prestazione sentita e coinvolgente, mentre l’inedita “Lord Of War” vede sua maestria Fabio Lione dominare la scena sin dalla prima strofa intonata con la sua voce portentosa e elegante; traccia pregevole in tutti i suoi sette minuti e trenta, che riporta ancora più chiaramente ai migliori Rhapsody, calzando a pennello per il nume tutelare Lione, il quale non si risparmia regalandosi l’ennesima perla della sua carriera. Non ne sbaglia una.
La delicata ballad “Forevermore” spezza per un po’ l’epicità power facendo tirare il fiato. Qui duettano Elisa C. Martin (ex Dark Moor) dotata di un’ottima timbrica graffiante, e Terence Holler degli Eldritch. Forse un tantino troppo “solare” il chorus per i miei gusti, ma devo ammettere che funziona.
Da riferire senz’altro il lavoro del grandioso Ralph Scheepers nella poderosa “The Hunter”: il tedesco si staglia come un drago ruggente nei cieli del power e raggiunge tonalità inumane, facendoci sognare come fossimo all’interno di un episodio de "Il Signore Degli Anelli", complice un altro coro azzeccato partorito dai Derdian… possibile che nel ritornello sia accennato un celebre canto da chiesa di quando, piccolino, andavo a messa? Bizzarri quesiti a parte, il pezzo merita molti ascolti da qui a venire.
Due degli highlight di Revolution Era vengono stranamente tenuti in coda alla tracklist. Il primo risponde al nome di “New Era”, dove ritroviamo Elisa C. Martin: non la conoscevo, devo dire che la ragazza merita. Non è la solita sirenetta lirica che di solito troviamo in platters come questo, anzi, è una che graffia e se la gioca alla pari con i colleghi maschi. Inoltre “New Era” gode, a mio avviso, di uno dei refrain più coinvolgenti ed emozionanti dell’intero lavoro. Chiude il pacchetto “Cage Of Light” con l’ospite da me più atteso: Apollo Papathanasio, semplicemente uno dei migliori cantanti sulla scena. Note rapidissime scorrono sulle corde e sui tasti d’avorio, e il cantante greco fa suo il bottino di guerra giostrando alla grande le divine corde vocali che l’Olimpo gli ha donato. Le orecchie sono pienamente appagate.

Revolution Era dunque va ben oltre l’essere un semplice compendio di quanto fatto dai Derdian finora, ma offre un generoso banchetto per tutti gli appassionati di power sinfonico e grandi voci. Riconosciamo dunque il valore di Dario Radaelli e Enrico Pistoiese alle chitarre e dell’ottimo Marco Garau alle tastiere, e diamo il meritato elogio alla batteria tempestosa di Salvatore Giordano accompagnato dalle ritmiche del bassista Marco Banfi. La band milanese ha fatto tutto bene, gestendo da se l’imponente lavoro con grande cura in ogni dettaglio, lanciando la sfida a ciò che verrà con un album notevole senza cali nel suo incedere epico.

 
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