Recensione: Rolling With The Punchies

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Avete presente quella scena vista in decine di film nella quale qualcuno è appeso da qualche parte e un tizio lo regge con la punta delle dita, prima che piombi nel burrone, giù dall' -esimo piano di un grattacelo infinito o in fondo al precipizio? Le mani scivolano inesorabilmente, la presa si fa sempre più ardua da tenere, la fatica, il sudore e gli spasmi scandiscono il passare dei secondi, gli sguardi di rassegnata consapevolezza si incrociano fino al momento ultimo, quando il malcapitato si sfracella nel vuoto verso morte certa. Più o meno quello che è accaduto tra i Vain ed il successo. Nel 1989, all'epoca di "No Respect", i Vain erano il poveretto aggrappato alla mano del Signor Successo; qualche attimo di speranza, poi l'inesorabile perdita della presa e giù, inghiottiti dalla forza di gravità. Davy Vain era a tanto così dal farcela ma il destino aveva previsto un'altra strada per lui e la sua ciurma impomatata (come per decine di altre band del periodo in fila per l'ultimo vagone di un treno che oramai era già bello che passato).

Nonostante tutto, da bravi "sopravvissuti" i Vain hanno vivacchiato per buona parte degli anni '90; dopo "Fade" nel '95 bisogna aspettare addirittura il 2005 per avere "On The Line". Da allora, con esrema parsimonia, il cammino del gruppo è ripreso e ad intervalli di 6 anni sono usciti (ad oggi) altri due album. "Rolling With The Punches" è l'ultimo in ordine di arrivo, a testimoniare che i Vain di mollare proprio non ne vogliono sapere. Davy è un novello Rocky Balboa, il punto non è quanto sia bravo sul ring, anzi probabilmente ci sono pugili dalla tecnica e dall'eleganza assai superiori, è la resistenza che premia il singer di Frisco, l'abilità di incassare colpi su colpi senza andare al tappeto, finendo rigorosamente in piedi l'incontro.

La cifra stilistica dei Vain è sempre stata un po' questa - e si conferma ampiamente anche in "Rolling With The Punches", finanziato col sistema del crowdfunding, perfettamente in sintonia con lo spirito della band - un hard rock dai toni disperati, malinconici, disillusi e amarissimi; il canto strozzato, desolato ed accorato degli sconfitti, di una ganga magari un po' sguaiata e sciancata, ma indomita e forte della propria integrità artistica, che intona melodie "a perdere" agli angoli di una strada anonima della città. Negli anni '80 si è spesso parlato di rock stradaiolo per molte band americane, ma se c'e qualcuno che ha autenticamente posseduto il marchio della strada nel proprio sound quelli sono i Vain. "Rolling..." è l'ennesima affermazione di volontà ed onestà, la certezza che i Vain non mollano, una tenacia che si traduce in un lotto di buone canzoni, magari mai ottime ma sempre ampiamente soddisfacenti, perfettamente coerenti con quel "No Respect" uscito oramai quasi un trentennio fa. Dalla title track a "Dark City", da "Long Gone" a "Don't Let It Happen" e "Sacrifice", l'energia e la personalità dei Vain non manca di farsi sentire, e per chi si è vissuto l'epopea sventurata della band a partire dai tardi '80, nostalgia e commozione potrebbero giocare brutti scherzi.

Davy si batte come un leone dietro il microfono, il re dei "loser" (in senso affettuoso eh...) in grado di sfidare il destino ed ogni evidenza che vuole confinare cinicamente la sua band fuori dal cono dei riflettori. I Guns 'n' Roses possono rimanere a galla come no, i Motley e gli Aerosmith possono annunciare tour d'addio un giorno si e l'altro pure, i Twisted Sister possono continuare a farsi a tappeto tutti i battesimi, le cresime ed i compleanni di New York, l'unica certezza incrollabile che avremo è che i Vain a un certo punto metteranno assieme un lotto di nuovi disperatissimi pezzi e pubblicheranno altri album, alla faccia di tutto e di tutti, delle label, del mercato, dei trend del pubblico social, della sfiga.

 
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