Recensione: s/t

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I Rammstein svettano di diritto in quel calderone di cose che si odiano o si amano. Niente mezze misure per il combo tedesco ormai prossimo al quarto di secolo di carriera. Sembrano passati secoli da quel Mutter (era il 2001) che ha consentito alla band capitanata da Till Lindemann di fare razzia tra le classifiche di mezzo mondo, impresa per nulla scontata se mettete in conto che questa è pur sempre musica pesante, per di più cantata in quello che è l’idioma meno musicale al mondo, il tedesco. Ma la forza dei Rammstein è proprio questa immagine corazzata, fatta di un sound e di una produzione granitica – industrial appunto – riffing che hanno la capacità di entrarti in testa e che nonostante tutto sono riusciti ad abbattere il muro che divide la musica metal da quella popolare per come la intendiamo noi che per la maggior parte del tempo osserviamo dalla parte opposta della barriera, fieri di essere pungenti come il filo spinato, emarginati in un terreno dimenticato da Dio. I testi controversi, i video provocatori – esattamente come Deutschland, l’opener del nuovo album senza neppure titolo, le performance live intrise di effetti pirotecnici e un dress code post-apocalittico tinto da sfumature al limite di ogni eccesso, purché siano in grado di attirare gli occhi del mondo sul palco e poter così mettere inesorabilmente a ferro e feuer i timpani.

 

Che li amiate o li odiate, i Rammstein vanno rispettati per il semplice fatto che dedicano anima e corpo a onorare quell’immagine costruita così bene da farci chiedere quanto realmente sia soltanto costruita e quanto sia il puro riflesso del sestetto di Berlino, forti di una maturità artistica che non può far altro che gettare benzina sul fuoco di un cuore che non smetterà mai di bruciare, non dopo che si raggiungono milioni di visualizzazioni su YouTube ad appena poche ore dalla pubblicazione del primo singolo. Ignorarli sarebbe da ignoranti e se il semplice fatto di aver un loro nuovo disco tra le mani sia un evento speciale in sé, il fatto che sia il primo nuovo album in dieci lunghi anni non può che destare scalpore. Già, la medesima sensazione che ruota attorno a ogni singola nota che i Rammstein ficcano su disco. Tempo di spegnere le luci e lasciare che le fiamme illuminino la via per capire come questi teutonici rappresentanti del metal meno tradizionale, porteranno alto lo stendardo della nostra musica in un mondo che ha storto il naso già mesi prima che il disco vedesse la luce. Fino a qui, missione compiuta. Adesso passiamo alla vera sostanza, perché dietro a tutto questo i Rammstein sanno anche come scrivere ottime canzoni, senza contare che dal vivo sono una tra le band più spettacolari al mondo. Attenti solo a non stare in prima fila, o potreste bruciarvi.   

Troppe parole, spazio alla musica e si comincia proprio con Deutschland (che non credo abbia bisogno di traduzione). L’opener è un pezzo a sé, una cavalcata epica, cupa e al tempo stesso melodica e capace di insinuarsi nel cervello sin dalle prime note del synth di Christian Lorenz, passando poi per le granitiche chitarre e quella sessione ritmica semplice, precisa e in grado di trascinare colpo su colpo uno dei brani più forti dell’intera discografia della band. Il problema è che Deutschland è un po’ croce e delizia dell’album omonimo, perché se pensate che a seguire ci possano essere dei cloni dei cinque minuti e mezzo appena trascorsi, le probabilità sono le stesse di trovare virtuosismi chitarristici o acuti alla Rob Halford. Le cose si mettono male? Nient’affatto. I Rammstein inanellano una canzone dopo l’altra con la maturità compositiva di chi non ha certo cominciato ieri, ma con la consapevolezza di aver bisogno di aggiungere proiettili che siano capaci di funzionare a dovere in sede live, autentico campo di battaglia in cui i sei sanno muoversi a dovere. Segue Radio, che si muove su tutt’altro tipo di registro, mettendo in primo piano una melodia scanzonata, completamente diversa ma a suo modo simile a quella parzialmente multilinguistica di Auslander (“Ciao ragazza” – cit). Proprio in questo momento ci rendiamo conto di come le tastiere ricoprano un ruolo ancora più importante del solito, ideale contrappeso a chitarre ruvide come la roccia e che possono concentrarsi a dettare i ritmi introducendo ritornelli che prima ancora che finiscano di ripetersi per la seconda volta, avranno già viaggiato per ogni estremità della vostra scatola cranica.

 

Lindemann è in gran forma – e chi aveva dubbi – chissà come deve essere stato sputare fuori i polmoni in Puppe e chissà che gli passava per la testa quando ha deciso di essere quasi dolce, nella ben più che apprezzabile Diamant. Alle volte, a certe domande non bisogna per forza cercare le risposte, accontentiamoci di quello che abbiamo, ovvero un synth che sembra uscito da un piccolo angolo fuggito ai più emarginati anni 80. Weit Weg mantiene infatti una ritmica di chitarra poco invasiva e lascia che l’atmosfera sia creata grazie a un crescendo armonico insolito, anche per dei Rammstein che erano lontano dieci anni dallo studio di registrazione. Come la scintilla di un fiammifero siamo alla conclusiva Hallomann, un epilogo che chiude il cerchio di un disco indubbiamente buono, anche se lontano dall’esser perfetto. In realtà l’album fa quanto basta per mantenere su ottimi livelli la discografia della band, aggiungendo epicità, un pizzico di mistero grazie a note e ritmi mai frettolosi, ma soprattutto senza esser mai eccessivo o ridondante, proprio perché essere estremi e agitare i benpensanti non significa limitarsi a deflagrare ogni cosa con furia cieca, ma toccare i tasti giusti nel modo giusto.

 

Dieci anni che ai fan più affezionati sono sembrati un’eternità, dieci anni letteralmente volati nei circa tre quarti d’ora dell’omonimo/senza titolo che speriamo non debba bastarci per altrettanta attesa. E quel fiammifero, senza neanche esservene accorti, sarà ormai acceso e a metà della sua breve vita, pronto a spegnersi e liberare un timido rivolo di fumo, oppure accendere un palcoscenico di fiamme e cambiare, distruggere, bruciare ogni preconcetto verso una band scomoda a tutti, ma che in fin dei conti fa comodo a tutti, tra i ponti ideali dell’elitario e perennemente critico mondo metal con quello popolare fatto di mode passeggere e una soglia dell’attenzione che si ferma al primo corazón di turno. Allo stesso modo degli Slipknot – seppur con le dovute proporzioni e differenze stilistiche – i Rammstein faranno fare una bella figura al mondo metallico, ancora una volta. Quindi, che vi piaccia oppure no, accendete questo maledetto fiammifero, volume a 1000 e diamo fuoco alle polveri.

 

Brani chiave: Deutschland / Auslander / Weit Weg / Hallomann

 
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