Recensione: Scaryman

Di Fabio Vellata - 3 Luglio 2018 - 0:01
Scaryman
Band: Lipz
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 2018
Nazione:
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75

Con l’arrivo, finalmente, della bella stagione, l’ascolto di un po’ di glam tutto lustrini, trucchi, capelli sparati in aria e chitarre roventi è una specie di balsamo salutare.
Una di quelle cose che non possono far altro che lasciare un po’ di belle sensazioni legate alla spensieratezza di un genere musicale che anche quando s’impegna per cercare di essere serio o in qualche modo “truce”, finisce sempre per divertire e strappare qualche sorriso.

Certo è che, in effetti, mai si potrà parlare d’originalità o idee rivoluzionarie approcciandosi ad una band come quella degli svedesi Lipz, una sorta di summa artistica di tutto quello che fa “Glam Metal”, a partire dal look per finire al tipo di sound, smaccatamente devoto a Ratt, Poison, Faster Pussycat, Mötley Crüe e Vain.
Nulla di nuovo come successo tante altre volte: i ritmi, i suoni e lo stile sono molto familiari, consolidati e ben conosciuti. Sin dall’esordio di questa nuova ondata di glam metal marchiata scandinavia che ormai dura da un dozzina d’anni, le coordinate si sono sempre mantenute costanti, scolpendo un codice che partendo dalle tradizioni statunitensi ha assorbito un che di tipicamente nordico infoltendo una scena che ha poi sfornato una serie corposa di band fatte con lo “stampino”, talora di buon livello, altre volte trascurabili.
L’unica discriminante, giova sottolinearlo, è sempre stato il valore dei brani: facile costruire un’impalcatura fatta di immagine e suoni di un certo tipo. Molto più complicato il riuscire ad infarcirla poi di qualche buona idea che sappia portare fuori il disco dall’inerzia di un genere diventato nel frattempo un po’ statico ed appiattito su se stesso.

In tutta sincerità i Lipz, pur inseriti nel contesto di un “carrozzone” che ha spesso abusato di se stesso concentrando molto sulle apparenze, sembrano appartenere ad un ristretto novero di musicisti dal buon “peso” artistico. Al riparo forse dalla nomea di fuoriclasse, ma genuinamente abili nel tessere melodie godibili, costruite con cognizione di causa e non certo frutto d’improvvisazione. 
In buona sostanza un gruppo che suona “Glam Metal” perché sa di poterlo fare al meglio, lontano da estemporanee velleità modaiole prive di consistenza e di un minimo di carattere personale.

I cori, i ritornelli, lo sviluppo delle armonie, i riff di brani come “Scaryman”, “Get Up on the Stage”, “Get it On” e “Falling Away” lasciano intravedere capacità e valori da primi della classe, rilucendo in canzoni fresche e divertenti in scia alla migliore tradizione del genere.

Non sono proprio belli da vedere, ma c’è del buono in quanto realizzato dai fratelli Klintberg – Alex e Koffe, rispettivamente voce/chitarra e batteria – insieme al chitarrista Connie Svärd.
C’è del talento nei Lipz e nella loro musica. E gli uomini di Street Symphonies lo hanno capito per primi, licenziando un debut album interessante e di qualità.
Il pensiero, ascoltandoli per la prima volta, deve essere stato il medesimo del sottoscritto: “meritano un’occasione!

 

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