Recensione: Secrets of The Magick Grimoire

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Ritorno sulle scene per gli Elvenking, che con “Secrets of the Magick Grimoire” raggiungono il traguardo del nono album da studio (più un live). La formula è quella ormai ben consolidata dopo le sperimentazioni del passato, e cioè un sonoro e danzereccio folk/power (più power che folk) dalle tinte enfatiche e ammalianti, perfettamente a suo agio sia quando c’è da picchiare che quando si deve cedere terreno a melodie distese e bucoliche o arcigne e malvagie per creare atmosfera. Sebbene gli anni passino anche per loro, il trascorrere del tempo non sembra aver minato le capacità dei nostri cantori, che pur non aggiungendo nulla all’amalgama sonoro a cui siamo abituati infondono anche in questo lavoro tutte le caratteristiche amate dai fan, concentrandosi però sul sapiente dosaggio delle stesse e sulla loro levigatura finale.

L’inizio è, com’era lecito aspettarsi, giustamente propositivo: un sussurro minaccioso apre ad archi che profumano tanto di vecchi Rhapsody, e in un attimo ci si ritrova catapultati nella classica cavalcata tutta melodie arrembanti e cori maestosi. “Invoking the Woodland Spirit” deflagra con la sua carica propulsiva, e una delle prime cose di cui mi rendo conto è che anche la voce di Damna, croce e delizia del gruppo (almeno per quanto mi riguarda) per via della sua impostazione particolare, risulta meno forzata, amalgamandosi molto meglio di quanto ricordassi con la componente strumentale. Dopo aver messo le cose in chiaro con l’opener, i nostri bissano con la leggermente più romantica (ma sempre bella carica) “Draugens Maelstrom”, i cui ritmi meno frenetici permettono di inserire accenni più delicati tra una frustata batteristica e un growl di sottofondo, condendo il tutto coi soliti cori enfatici e chiudendo con un arpeggio rilassato che apre la strada alla successiva e più ritmata “The One We Shall Follow”. Si inizia qui a respirare una certa atmosfera festaiola grazie a un andamento molto scandito e una certa preminenza dei cori; ciononostante, qua e là è possibile ravvisare profumi differenti che stemperano l’apparente staticità della traccia, inserendo ora uno svolazzo più solenne ed ora un’ombra di inquietudine sottile. Il suono del flauto e un ritmo danzereccio introducono “The Horned Ghost and the Sorcerer”, in cui finalmente la componente folk, che finora ha latitato un po’ nascondendosi dietro a un passaggio di tastiere o un una melodia corale, torna a sentirsi in modo più deciso, consentendo al Sovrano Elfico di dare il meglio di sé: atmosfere danzanti e melodie delicate, ottimamente cesellate dal violino, si fondono alla perfezione col comparto metallico confezionando un’ottima traccia, molto bilanciata e decisamente coinvolgente. Stesso discorso dicasi per “A Grain of Truth” permeata, però, da una maggiore dose di aggressività soprattutto nella prima parte: ad un tratto la traccia rallenta per aprirsi a un assolo disteso, mentre la voce femminile ingentilisce sempre più la carica del brano, che poi esplode di nuovo in una breve sfuriata poco prima del finale.
Atmosfere tipicamente folk aprono anche “The Wolves will be Howling Your Name”, traccia cangiante in cui si passa con estrema naturalezza dal romanticismo, alla solennità, alla possanza, in un continuo girotondo di atmosfere perfettamente bilanciato e senza apparenti punti deboli, fusione maestosa delle diverse anime del gruppo e splendido biglietto da visita per coloro che ancora non li conoscessero. Il gruppo procede imperterrito anche con “3 Ways to Magick”, in cui la componente power torna a reclamare il posto che le spetta, caricando il brano di melodie possenti ma sempre attenta a non cedere all'inutile tracotanza. Ecco quindi che a stemperare la foga del gruppo ci pensano accenni più delicati e fraseggi soffusi, squarci di calma nel tessuto della canzone che si ricompone in tempo per un finale agguerrito. “Straight Inside your Winter” parte lenta, quasi malinconica nella strofa, caricandosi pian piano di pathos durante il ritornello e screziando il suo andamento scandito con improvvisi innesti corali, per poi sfumare nella successiva “The Voynich Manuscript”. Qui i ritmi si fanno incalzanti, per una traccia combattiva ma al tempo stesso venata di melodie ariose e schegge trionfalissime. La componente folk si mantiene in disparte, limitandosi ad occhieggiare qua e là e cedendo inevitabilmente terreno all’anima power del gruppo che, comunque, confeziona un’altra ottima traccia, dal tiro azzeccatissimo e che si incattivisce quanto basta nel finale. “Summon the Dawn Light” spazza via le nubi che sembrava si stessero addensando sul disco, dispensando a profusione melodie solari e accattivanti che tanto ricordano le atmosfere positive di un certi album del passato, mentre con “At The Court of the Wild Hunt” i nostri si giocano l’asso. La traccia giocherella con le varie sfaccettature della proposta musicale degli Elvenking e, pur concedendo maggiore spazio a quella prettamente power, si concede il lusso di imbastardirsi quanto basta con improvvisi cambi d’atmosfera (complice forse la presenza di Snowy Shaw) e inserti di vocalità quasi sciamanica, pestando il giusto ma senza dimenticarsi di dispensare melodie corpose e battagliere dove ce n’è bisogno. L’ispessimento sonoro della parte centrale prelude a una sezione strumentale breve e cangiante, che a sua volta conduce a un altro appesantimento atmosferico che viene spazzato via poco prima del finale volutamente lasciato lì, ad aleggiare nella nebbia mattutina col suo carico di aspettativa.
Chiude l’album (a meno che non possediate la versione digipack, in quel caso vi beccate anche le bonus tracks) la breve e romanticissima “A Cloak of Dusk”, sorta di versione riveduta e corretta di “On the Morning Dew” che, però, per quanto bella e palpitante non raggiunge, a mio avviso, la magnificenza dell’originale. Ad ogni modo la traccia scorre molto bene e conclude più che degnamente un album godibilissimo, ottimamente bilanciato e dotato anche di quei due o tre gioiellini che permettono a “Secrets of the Magick Grimoire” di entrare a pieno diritto nel novero dei lavori da pollice alto, e agli Elvenking di confermarsi come una certezza musicale non solo a livello nazionale. Certo, come ho detto in apertura questo disco non aggiunge nulla a quanto gli Elvenking hanno fatto sentire in questi anni, ma chi l’ha detto che per fare ottimi album bisogna battere per forza sentieri nuovi?
Garanzia.

 
80