Recensione: Shades of Humanity

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Per chi non li conoscesse ancora, gli Shadowside arrivano dal Brasile e con “Shades of Humanity”, disco che ci troviamo a curare in queste righe, raggiungono l’importante traguardo del quarto full length. A detta di chi scrive, i Nostri, dopo un interessante inizio di carriera caratterizzato da sonorità heavy-power, in cui veniva data particolare attenzione alle melodie, sono riusciti a effettuare un vero e proprio salto di qualità con la terza prova sulla lunga distanza, “Inner Monster Out”, lavoro pubblicato nel 2011. Un album che poteva contare su un songwriting personale, caratterizzato da una componente “moderna”, riscontrabile in particolare nel lavoro di Raphael Mattos alla chitarra, da una maggiore aggressività delle canzoni, il tutto senza dimenticare la melodia. Un’evoluzione che permise alla bravissima singer Dani Nolden di poter sfoggiare al meglio il proprio talento. Già, perché all’interno dell’universo delle voci femminili, la Nolden risulta alquanto atipica, sfoggiando tonalità basse che sembrano venir valorizzate proprio con la svolta del 2011.

 

Dopo le dovute introduzioni e detto dell’ingresso in line-up di Magnus Rosén (ex Hammerfall) al basso, avvenuto nel 2015, il ritorno sulle scene del quartetto di Santos è normale desti molta curiosità tra fan e addetti ai lavori. Non ci rimane quindi che inserire il disco nello stereo e iniziarne l’ascolto. La prima cosa a balzare all’orecchio è il gran lavoro svolto in cabina di regia dal duo Fredrik Nordström-Henrik Udd, che collaborò con la band già nel precedente “Inner Monster Out”. Il suono risulta “grosso”, curato, in grado di valorizzare ogni strumento, rappresentando un vero e proprio punto di forza di “Shades of Humanity”. Con la nuova fatica gli Shadowside continuano il percorso intrapreso con il lavoro del 2011, che, all’epoca, tentai di definire con il termine modern power metal. In “Shades of Humanity” gli Shadowside cercano però di andare oltre, provando ad arricchire la propria proposta. Vengono infatti inserite componenti al limite dell’alternative metal come in ‘What If’, in cui affiora anche un’anima nu nel guitarwork del bravissimo Raphael Mattos, e altre più aggressive, al limite di quel modern metal che avevamo imparato a conoscere nei primi anni del nuovo millennio, come nel caso di ‘Make My Fate’ e ‘Insidious Me’. Questi elementi “nuovi” vengono integrati abilmente nel sound griffato Shadowside, senza snaturarne l’essenza, trovando la giusta alchimia con la melodia che ha sempre contraddistinto le composizioni del quartetto brasiliano. Una melodia che incontriamo negli assoli di chitarra e nei ritornelli, che, sebbene risultino avvolti da un velo di malinconia e tristezza, sembrano essere pensati appositamente per la dimensione live.

 

Dopo ripetuti ascolti, però, “Shades of Humanity” rivela qualche piccolo punto debole, in particolare se paragonato all’illustre predecessore. Sebbene risulti un lavoro studiato al dettaglio, dove i singoli regalano delle prestazioni di assoluto livello, in cui spiccano la prova del già citato Raphael Mattos alla chitarra e della bravissima Dani Nolden, tecnica e teatrale, al microfono, viene meno quel trasporto emotivo che aveva reso vincente “Inner Monster Out”. “Shades of Humanity”, pur trattando temi estremamente personali, legati alla band, come scopriremo nella nostra intervista, sembra più freddo, staccato rispetto al lavoro del 2011, non riuscendo a coinvolgere appieno l’ascoltatore. Se aggiungiamo una seconda parte d’album leggermente inferiore rispetto alla prima, che fa perdere progressivamente mordente al platter, “Shades of Humanity” si rivela come un disco piacevole ma che non riesce a lasciare un ricordo indelebile del proprio passaggio. Come se gli Shadowside avessero studiato e curato al dettaglio le composizioni, perdendo però quell’istintività e quella passione capaci di rendere vive le canzoni.

 

Come interpretare, quindi, “Shades of Humanity”? Come un lavoro composto e suonato da una band dotata di grandi capacità, sia tecniche che compositive. Un album curato al dettaglio, le cui composizioni risultano caratterizzate da una struttura semplice, facilmente memorizzabile, che punta sulla combinazione strofa aggressiva-ritornello melodico, inserendo dei virtuosismi in alcuni passaggi. Si ha però l’impressione che gli Shadowside abbiano tentato di realizzare un disco che potesse permettere di allargare il proprio bacino di utenza, giocando la carta di una maggiore accessibilità dei pezzi per centrare tale obiettivo. In questa direzione, i Nostri si sono forse rivelati un po’ troppo “calcolatori”, perdendo per strada, come già sottolineato in sede di analisi, istintività e un pizzico di passione. Caratteristiche che invece abbondavano in “Inner Monster Out”. “Shades of Humanity” si rivela un platter al di sotto delle attese, non insufficiente, sia chiaro, ma viste le elevate aspettative, l’amaro in bocca rimane. Staremo a vedere in quale direzione i nostri si spingeranno con il prossimo full length, ma siamo fiduciosi che gli Shadowside sapranno sicuramente raddrizzare il tiro. Al momento non rimane che provare a dare una possibilità a questo “Shades of Humanity”, la sua prima parte saprà regalare qualche emozione.

 

Marco Donè

 

 
60