Recensione: Shy

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Gli inglesi Shy sono da sempre considerati dai fan più accaniti dell’AOR non solamente uno di quei gruppi fondamentali della scena melodica britannica, ma bensì uno dei più caratteristici dell’intero panorama.
Capaci di distinguersi negli anni d’oro di questa musica, i mitici anni ’80, grazie a dischi del calibro di “Brave The Storm” (1985), ma soprattutto del successivo – nonché vero e proprio Must  “Excess All Areas” (1987), la band del chitarrista Steve Harris – purtroppo recentemente scomparso, il 29 ottobre 2011, dopo una lunga lotta contro il cancro iniziata nel 2009 – è riuscita a conquistarsi un posto nel cuore di migliaia di ascoltatori, sia in Europa, quanto in America.

Dopo un proseguimento di carriera non certo brillante come gli esordi, ma perlomeno degno del nome che erano riusciti a farsi nel corso degli anni e più o meno costante dal punto di vista della pubblicazione degli album, la discografia dei nostri si era improvvisamente fermata nel 2005, anno in cui venne dato alle stampe “Sunset And Vine”.

Nel 2011, dopo che nell’anno precedente qualche voce lo avesse già ipotizzato, il ritorno sulle scene degli inglesi prende finalmente forma: esce l’omonimo disco “Shy”.
Moderna, fresca, nonché divinamente prodotta, questa nuova – e probabilmente ultima – fatica dei britannici lascia subito di stucco.
La voce del grandioso singer Lee Small (Phenomena, Surveillance) chiamato al non certo facile compito di non far rimpiangere il biondo Tony Mills, è capace subito di colpire anche l’ascoltatore più disattento: nessun esibizionismo, né voglia di strafare, ma piuttosto una prestazione corposa, puntuale e degna di nota, in grado di amalgamarsi perfettamente col sound che il compianto Harris e gli altri membri sono riusciti a forgiare.

Già, il sound: per coloro che si avvicineranno (o si sono già avvicinati) a questo lavoro con la speranza di sentire un “Excess All Areas – Part II” ci potrebbero essere delle sorprese. Copiare e riprendere in tutto e per tutto le melodie di ottantiana memoria non sempre è la scelta giusta, e gli Shy sembrano essere fra le poche band in circolazione capaci di comprendere il concetto. Va bene “strizzare l’occhio” al passato, che è cosa buona e giusta, ma restando sempre con la mente orientata al presente, pur sempre senza stravolgere la propria natura melodica.
L’AOR che ci viene proposto è caratterizzato da chitarre più presenti e tuonanti che in precedenza, capaci di ruggire con più intensità, sempre accompagnate fedelmente dalle tastiere – non c’è più il grande Paddy McKenna, sostituito da Joe Basketts – queste sì in piena tradizione Shy: l’opener “Land Of A Thousand Lies” è così la perfetta sintesi delle nuove e raggianti sonorità, così come le seguenti “So Many Tears” e “Ran Out Of Time”, con ritornelli a dir poco azzeccati e dall’invidiabile orecchiabilità.

Tanta classe da vendere quindi, come quella messa in mostra dalla preziosa voce di Small sull’incantevole “Breathe”, il momento più romantico dell’intero lavoro.
La chitarra di Harris rimane sempre in primo piano, nonostante in qualche episodio del lotto le tastiere vadano ad infastidire la sua quasi indiscutibile leadership, e la stupenda “Pray”, la successiva “Only For The Night” (forse il pezzo più eighties-style del disco) e la stupefacente “Over You”, con un coro da far invidia pure ai campioni nostrani della melodia Lionville e Shining Line, ne sono la conferma.
Nella parte finale, la presenza di tracce come “Sanctuary” e “Union Of Souls” non fanno che impreziosire ulteriormente il già inestimabile valore della pubblicazione in questione.
 
Grandioso e prolifico ritorno, dunque, quello degli Shy. Capace di unire armoniosamente sonorità AOR classiche e moderne ad una produzione di assoluto livello, si rivela, a conti fatti, come una delle dieci sorprese più belle di tutto il 2011.

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Tracklist:
 
01. Land Of A Thousand Lies
02. So Many Tears
03. Ran Out Of Time
04. Breathe
05. Blood On The Line
06. Pray
07. Only For The Night
08. Live For Me
09. Over You
10. Sanctuary
11. Save Me
12. Union Of Souls
 
Line Up:
 
Lee Small – Voce
Steve Harris – Chitarre
Roy Stephen Davis – Basso
Bob Richards – Batteria
Joe Basketts – Tastiere

 

 
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