Recensione: Silk

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È sera, dopo una dura giornata di lavoro, prima di concedersi alle braccia di Morfeo c’è tempo per l’ascolto di un sano disco progressive. La stanchezza si sente, meglio non andare sul prog. ipertecnico o sul djent, meglio un album a metà tra rock e metal, con atmosfere variegate e avvolgenti, insomma un platter con un suo perché, magari appena pubblicato, magari italiano.
In questo caso i Dropshard, che dicono d’ispirarsi ai primi Genesis, ma anche a Pain Of Salvation e Riverside, sono una manna del cielo. Il loro secondo album autoprodotto (frutto di tre anni d'impegno), Silk, conferma quanto di esaltante proposto con il disco debutto, Anywhere But Home (2011), concept ambizioso che ha riscosso ampi successi di critica.

Quella suonata dai brianzoli (attivi dal 2007 e che vantano concerti d’apertura per Marillion, Le Orme e The Tangent) è una musica raffinata e ricercata (ma senza snobismo), con linee vocali mirabili (bisogna puntare su questo per rinnovare il genere) e tanta ispirazione.
Sia l’artwork, sia il titolo del full-length rimandano al binomio avvolgenza-sensualità e, infatti, i sessanta minuti dell’album ci regalano una decina di canzoni emozionanti, senza cadute di stile, nemmeno sporadiche, maturità compositiva e voglia di comunicare pathos, non di strafare.

Difficile stilare un track-by-track, l’album va ascoltato a fortiori nella sua interezza. Le trame sonore si dipanano tra momenti lisergico-onirici space rock (l’intermezzo “Seat” non ha niente di meno di “The Embracing Circle” targato Dream Theater); rari, ma incisivi, stacchi metal-oriented (qui sta la principale differenza rispetto all'album del 2011); una presenza massiccia di synth à la Kevin Moore che fu; freschezza anni Novanta e una base ritmica invidiabile. Certo, stagliano le due suite “The Endless Road” e la strepitosa “Memento” conclusiva, che regge il confronti con i blasonati Porcupine Tree, e con tanto di alata ghost-track in calce.

Silk è un album consigliato a tutti gli amanti del progressive davvero innovativo e agli appassionati di musica non commerciale. Il disco gode di un'indubbia longevità e lascia l'acoltatore arricchito da un viaggio sonoro che si rivela irripetibile e, al contempo, volentieri ripercorribile ad libitum. Un elogio particolare, infine, va a Enrico Scanu, fautore di una prova vocale eclettica, più matura rispetto a quella a tratti sopra le righe di Anywhere But Home; da non sottovalutare, però, nemmeno l’apporto dell’effettistica e dell'elettronica.

Il gruppo milanese ha le idee chiare e, rispettando «la musica prog. rock come mezzo più valido di espressione creativa», rivendica, altresì, la propria italianità in tale sensibilità programmatica. Senza paura di smentita, dunque, Silk conferma una grande realtà progressive del panorama indipendente tricolore. I Dropshard incantano un’altra volta e, insieme a gruppi più e meno giovani come Rustfield e Astra, danno lustro al vessillo italico in un momento di crisi non indifferente del nostro amato Paese.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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