Recensione: Sixth Dimension

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Arrivano al sesto album gl’inglesi Power Quest, band di Southampton attiva dal 2001 (escluso lo iato 2013-2016). Il lustro abbondante di attesa dal precedente full-length sembra aver giovato loro. Tutto è da manuale, nove pezzi, titolo con riferimento al numero in discografia e artwork (bruttino questa volta) di Felipe Machado Franco.
Il disco vede il passaggio da Napalm Records a Inner Wound Recordings e come apripista è stato dato alle stampe il bell’Ep “Face The Raven” nel 2016, seguito dal singolo “Kings and Glory”. Il tema principale che collega i testi delle canzoni è un sano proposito ottimistico, una manna in questi tempi di sconforto apocalittico.

I 50 minuti del platter iniziano senza indugi, l’opener “Lords of Tomorrow” è la quintessenza del dettato targato Power Quest: doppia cassa, chitarre affilate, synth catchy e la magnifica voce della sorpresa Ashley Edison, vero mattatore per tutto il minutaggio dell’opera. L’album promette bene, tanta melodia, potenza e solarità, cosa chiedere di più? Anche la sezione solistica, con intrecci chitarra-tastiera, è gustosa: il combo inglese non ha niente da individuare a colleghi più conosciuti come Theocracy, DragonForce e i nostri Secret Sphere. Si prosegue con “Starlight City”, brano che resta in mente per i cori nel refrain e la prova sopraffina del vocalist, qui più vicino al timbro di D. C. Cooper che a quello di Timo Kotipelto. La canzone dura quasi sei minuti, ma non risulta ripetitiva, nella sua pur dovuta prevedibilità. L’intro fatato di “Kings and Glory” è una gioia per i timpani di ogni vecchio metallaro che rimpiange gli Eighties. Ci piacerebbe che anche i Serious Black suonassero così. Si resta appagati dopo l’ascolto della terza traccia, ma un’altra sorpresa è dietro l’angolo. La successiva “Face the Raven” è un’istant classic con in apertura un acuto di Edison da 15 secondi netti! Non siamo sui livelli di Sua Altezza Michael Kiske, ma la sostanza c’è e ne prendiamo atto andando in sollucchero, così come fu con l’Ep omonimo.
Praticamente a metà album, le impressioni sono positive oltre ogni più rosea aspettativa. Era quasi impossibile prevedere che i Power Quest avrebbero regalato musica così convincente. Vediamo le restanti tracce. “No More Heroes” è forse una delle meno riuscite del lotto, ma non sfigura in scaletta (merito degli arrangiamenti di tastiera che creano coesione con il resto della tracklist); “Revolution Fighters”, invece, è un altro centro ipermelodico, con un ritornello che s’imprimerà nelle vostre meningi al primo ascolto. Il trittico finale, come non bastasse, è tutt’altro che da sottovalutare. “Pray for the Day” sembra un pezzo dei migliori Stratovarius post-Tolkki e il conforto con i finlandesi è lapalissiano con la seguente “Coming Home” (stesso titolo di uno storico brano di Visions). Tutto gira a meraviglia, perfettamente oliato, nessuna forzatura, forma canzone impeccabile nella sua semplicità; questa è musica da far ascoltare già a bambini volenterosi di otto anni per farli appassionare alla buona musica… La title-track conclusiva è un’epitome della bravura del gruppo di Southampton: quasi nove minuti che a detta del mastemrind richiamano (esagerato!) Marillion e Symphony X. La composizione è stata scritta a quattro mani, da Williams e Richard West (leader dei Threshold, usciti quest’anno con un grande doppio album) e il risultato è una bomba. La presenza di Anette Olzon è una gradita comparsata, che dona maggiore spessore al brano. Aspettiamo l’album dell’ex-Nightwish con Jani Liimatainen.

Con Sixth Dimension i Power Quest sono rinati dalle loro ceneri: i nuovi innesti in line-up hanno saputo realizzare un dischetto compatto, orecchiabile e sostenuto, il giusto compromesso per un album power che si rispetti. Stupisce Ashley Edison al microfono (ce ne fossero di cantanti di questo calibro al giorno d’oggi!) e si chiude un occhio sul fatto che il sound a più riprese richiami i maestri del genere (basti pensare al titolo del platter che ricorda lo stratosferico studio album del 1995). I Power Quest hanno fatto tour con Sabaton, Twilight Force, Freedom Call e DragonForce recentemente: nomi di punta nel bene e nel male per quanto riguarda il power metal del nuovo decennio. La band di Steve Williams merita di aggiungersi all’elenco, regalando un album che convince più dell’ultimo Gunmen dei cugini teutonici Orden Ogan.


Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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