Recensione: Storm Corrosion

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Mikael Åkerfeldt e Steve Wilson sono indubbiamente due personalità di spicco nel panorama metal degli ultimi anni anche se, va detto, le ultime loro uscite hanno lasciato perplessi diversi fan e non hanno neppure lasciato indifferente la critica.
 
Il mastermind dei Porcupine Tree, infatti, da "In Absentia" in poi, ha scelto una linea musicale molto più orientata al metal ma anche molto più semplice e meno pionieristica rispetto alla produzione degli anni '90. In particolare, l'ultimo disco "The Incident" ha destato qualche dubbio per la sua prolissità (mai fidarsi di suite che durano un'ora) e il suo eccessivo adagiarsi sulla maniera.
Quanto allo svedese, lo sappiamo tutti, dopo "Ghost Reveries" ha rivoluzionato l'anima dei suoi Opeth. Ha trasformato un gruppo unico al mondo in una band pur sempre buona, ma profondamente indebitata nei confronti degli anni 70, tanto che della forte personalità di un tempo è rimasto ben poco (o nulla).
 
Vedere i due in collaborazione dunque può levare istinti contrastanti, così come reazioni contrastanti verranno sollevate dall'ascolto di Storm Corrosion. Va detto però che, qualsiasi previsione possiate fare, andrete fuori strada.

Iniziamo col dire che questo disco è quasi interamente strumentale. Nelle 6 tracce, infatti, le voci compaiono poco, e poche volte vanno a tessere parole, riducendosi piuttosto a cori. Oltre a ciò, l'album non ha nulla a che vedere con i primi passi dei Porcupine Tree perché Wilson, abile produttore, finisce per assecondare in tutto e per tutto l'ingombrante ego del suo compagno.

E l'intento di Åkerfeldt è ancora una volta, rendere omaggio agli anni Settanta, stavolta andando a ripescare la parte del progressive più sperimentale e avanguardistico, con tastiere crimsoniane, brevi pause di suoni distorti ed apparentemente casuali e via dicendo.
 
Basta una rapida descrizione della opener per farvi capire l'aria che tira. Una lunga introduzione d'archi che sembra fatta per Stravinskij cede il passo ad un beve intermezzo vocale di Wilson che rifà il verso ai Gentle Giant (Knots). Dopodiché, per diversi minuti guidano arpeggi di chitarra che rimandano agli ultimi Opeth, quelli di "Ghost Reveries" e "Watershed". Nessun sussulto particolare, tre parti distinte che sembrano incastrate l'un l'altra alla meno peggio, a voler creare un effetto Jam session.
Perché della jam session qui c'è solo l'effetto. Se i due avessero effettivamente suonato a seconda delle loro sensazioni ci sarebbero state ben più derive sonore, molta più vita e molto più calore. Stesso discorso si può fare per la title track, che sebbene sembri muoversi a caso, è retta costantemente da un minimale (e rassicurante) giro di chitarra acustica. E così via per circa cinquanta minuti, lasso di tempo dove l'episodio più importante è "Happy", l'unico brano che sembra fatto col cuore. Non fosse che, in modo anche abbastanza immediato, lo troverete troppo simile a "Still day beneath the sun".
 
Ne viene fuori un album di atmosfera e di sottofondo che può essere affascinante e suggestivo. Un disco in cui il livello tecnico e qualitativo è molto elevato, ma è in tutto e per tutto sottomesso alla maniera, all'intelletto sempre più apollineo e meno dionisiaco di Mikael Åkerfeldt. Per l'angoscia di tutti i nostalgici dei vecchi Opeth.
 
Un tempo un critico d'arte disse che il telento non serve a nulla se non è fermato dalle regole. Ma stava criticando William Turner.
Nel nostro caso invece dovremmo dire piuttosto che il talento non serve a nulla se non è frenato dal buon gusto da un lato, o se non viene lasciato libero nella sua geniale follia dall'altro.
 
Proprio per questo Storm Corrosion non mancherà di trovare i suoi estimatori, perché di talento qui ce n'è parecchio. Ma tutti gli altri liquideranno questo curioso sodalizio come cinquanta minuti di noia (o di nulla).

Tiziano "Vlkodlak" Marasco

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Tracklist:

01.     Drag Ropes (9:52)
02.     Storm Corrosion (10:12)
03.     Hag (6:28)
04.     Happy (4:53)
05.     Lock Howl (6:09)
06.     Ljudet Innan (10:20)

 
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