Recensione: Straps of Wrath

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I Kingbéast sono un trio tedesco cattivissimo. Nato nel 2012, dopo aver pubblicato un demo esplorativo nel 2014, si affaccia ora sul mercato discografico, vomitandoci addosso tutto il suo odio, con l’album ‘Straps of Wrath’, disponibile via Black Sunset dal 10 maggio 2019.

Si, è il sentimento aggressivo dell’odio che permea tutto l’album, che viene percepito anche nei momenti più impensati, come nei tre pezzi di chitarra acustica (l’intro ‘Starting a New Life’, ‘Youth’ e ‘En Pleine Nuit’) che suddividono il lavoro in tre parti.

Quello che si ascolta va oltre la furia contestatrice che caratterizza il Thrash Metal, ma è un qualcosa che ne prende lo spirito e lo estremizza ancora, oscurandolo e maledicendolo, estraendone tutto il nero possibile per lanciarlo con la stessa forza esplosiva che si usa per far rimbalzare più volte un sasso piatto sull’acqua.

Gruppo di buona perizia tecnica, con una voce adatta, tanto è robusta ed incazzata, copre un vasto repertorio artistico utilizzando un po’ tutte quelle che sono le matrici Thrash: tanta ipervelocità, molto groove metal, sezioni cadenzate e cupe e richiami alla Vecchia Scuola.

Il risultato è un album eclettico, che in meno di tre quarti d’ora dice tanto. Poi, non tutto è positivo, ma almeno i Kingbèast provano a mettere sul piatto qualcosa in più ed in buona parte ci riescono.

La maggior parte delle tracce sono una miscela di quanto sopra e, devo dire, non sono proprio di facile assimilazione, tanto che trovo duro riuscire a cantarne una qualsiasi, anche solo il refrain, sotto la doccia, mentre si cucina o si fa qualsiasi altra cosa.

Si comincia ad apprezzare l’opera, ed a capirne anche le sbavature, dopo tre o quattro ascolti fatti con una certa attenzione, possibilmente in cuffia per assimilarne le svariate sfumature che lo compongono. Poi c’è anche da scapocchiare parecchio, mettendo in serio pericolo la propria cervicale, ma il sottoscritto ritiene che per ‘Straps of Wrath’ la precedenza venga data all’ascolto intenso, così come si fa, ad esempio, per un disco di musica classica.

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Diciamo che i Kingbèast cedono un po’ proprio nel segmento musicale che maggiormente utilizzano: la super velocità. Che siano trame imbastardite con il Death, per mezzo dei blast beat e di ritmiche proprie di questo genere, come in ‘Leave Them to Die’ o che siano esageratamente Speed, come in ‘Numb the Pain’, ‘Caving In’ o ‘V strede srdciach od Európy’, per quanta energia nera emanino e siano elettrizzanti, mancano soprattutto di originalità, assomigliando, di fatto, a quel che viene suonato da decine e decine di band.

Inoltre il vocalist, forse perché calato troppo nella parte, in alcune sezioni eccede, uscendo quasi dal brano. In altri momenti, tipo in ‘Fix the Problem’, invece, la tecnica tende a sottomettere il pathos, rendendo ancora più difficile l’ascolto.

Il combo emerge invece nelle parti groove; anche qui novità vere ce ne sono poche, ma le dinamiche espresse sono molto forti e sovversive e le qualità stilistiche vengono prepotentemente fuori, come nelle già citate ‘Leave Them to Die’ e  ‘V strede srdciach od Európy’, dove il vocalist ci fa sapere che il suo registro è più ampio di quello che usa normalmente, facendoci ben sperare per il futuro.

Purtroppo, le canzoni non si possono dividere in due ed in molti casi velocità e groove vanno a braccetto, ed è per questo che non ci sono vie di mezzo: i Kingbèast piacciono o non piacciono, bisogna solo avere la pazienza di capirlo.

Meritano una menzione particolare ‘Badass’, che ha un tempo per la maggior parte cadenzato che rimanda al vecchio Hard Rock, con una punta psichedelica, che poi sfocia in un malsano groove, ‘Straps of Wrath’, che richiama la vecchia scuola con le sue ritmiche serrate e la lunga ‘Gargoyles’, una traccia Heavy Metal, fuori dall’ordinario del disco, carica, struggente, comunque potente, con un lungo assolo adrenalinico, che dimostra cha la versatilità artistica dei musicisti ha uno spettro abbastanza ampio.

Tirando le somme, come esordio ci siamo. ‘Straps of Wrath’ non è certo l’album dell’anno ma ci fa conoscere una band dalle forti aspettative, che sta cercando una propria strada e che ha i mezzi per percorrerla. Speriamo non sopraggiungano momenti di rottura, come purtroppo accade sovente, ed aspettiamo il prossimo lavoro.   

 
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