Recensione: Tales From The Topographic Oceans

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Il troppo stroppia. Una massima che a bazzicare il Prog si conosce bene. D'altra parte, dopo aver dato alle stampe un disco come Close To The Edge, le mani degli Yes dovevano essere quanto mai legate. Quel disco, anche più del Fragile che lo aveva preceduto, aveva consegnato al quintetto britannico le chiavi del successo e del mainstream, sia sul continente antico che su quello nuovo. Quell'album infatti aveva toccato il numero 3 della classifica statunitense e il numero 4 di quella inglese, imbarcando i cinque in un tour durato ben nove mesi (da luglio ad aprile). Tour che però non era certo iniziato sotto i migliori auspici, con l'abbandono di Bill Bruford, passato ai King Crimson, e il suo conseguente rimpiazzo con Alan White. E va bene che il prog è fatto di geni assurdi, ma il nuovo arrivato entrò in formazione a soli tre giorni dall'inizio del tour, e provate voi a suonare Close to the Edge alla perfezione dopo una sola sessione di prove.

Ad ogni modo, il signor White ebbe oltre un anno di tempo per entrare in sintonia coi compagni prima che, come si è detto, gli Yes si chiudessero in studio per dar seguito al loro capolavoro. Punto certo da cui partire, l'affidamento dell'artwork al collaudato Roger Dean. Il buon Roger questa volta si superò, tirando fuori probabilmente la miglior copertina di sempre degli inglesi, sposandola perfettamente al concept mistico-buddista del disco. Con tanto di cinque pesci, rappresentanti i membri del gruppo, intenti a nuotare in armonia sul retro del vinile. Di armonia in realtà in casa Yes doveva essercene poca, se pensiamo a quanto detto negli anni successivi da Rick Wakeman sul disco in questione.

Ad ogni modo, come i nostri siano arrivati alla soluzione di concepire Tales of the Topographic Oceans non è dato saperlo. La tetrapartizione è stata un'idea di Jon Anderson, che basò il concept del disco su un gruppo di quattro testi sacri indiani - non mi dilungo. Dall'altro lato i nostri dovevano aver notato il grande successo di una suite da quasi diciannove minuti, e da lì probabilmente scaturì l'idea di un doppio vinile contenente, su ogni faccia, una traccia da venti minuti. Risultato finale: quattro suite per ottantuno minuti di durata complessiva. Roba da far drizzare i capelli a chiunque, si tratti dell'idea di ascoltare un disco simile, sia di metterlo insieme. Follia.

Un disco così concepito non poteva che essere la summa estrema del pomposo prog yessoso (o così tutti credevano prima di sentire Relayer), ma parimenti, inevitabilmente, Tales finì per essere un disco di alti e bassi. Il troppo stroppia in questo caso? A dispetto delle premese, no! O meglio, solo alle volte. Perché le prime due suite, a tutti gli effetti, sono estremamente ben costruite. Nell'avventurarsi tra i meandri di The revealing Science of God e The Remembering si resta decisamente affascinati dai toni miti e suggestivi, dalla voce una volta tanto composta e mai esasperata di Anderson. Non vi sono accelerazioni di chitarra come in Heart of the Sunrise, non ci sono ritmi baldanzosi come in Yours is no Disgrace, niente montagne russe sonore come in Close to The Edge. Semplicemente, la musica qui si fa meno rock e più musica classica - riuscendo alla grande nel suo intento. Dall'altro lato invece, quello che sarebbe divenuto il secondo CD risulta molto più debole. Sembra, assai frequentemente, una sequenza di jam session incollate l'una all'altra senza soluzione di continuità. Pare che i nostri spesso e volentieri scelgano l'idea del virtuosismo fine a sé stesso senza preoccuparsi di dare al tutto una forma omogenea, o di dare all'ascoltatore una chiave di lettura. Avete capito insomma, come accade per The Lamb lies Down on Broadway, la seconda parte è una mattonella.

Al di là delle accoglienze miste ottenute da Tales of th in giro per il mondo al momento della sua uscita (che peraltro non preclusero al disco di entrare nelle top 10 di diverse nazioni e di essere il disco più venduto degli Yes al tempo), chiarificatrici possono essere le esternazioni di Rick Wakeman. Il problematico tastierista infatti, che di lì a poco avrebbe lasciato la band per dedicarsi alla carriera solista, dichiarò di non condividere affatto la struttura del concept. Anni dopo, tornando sul discorso, disse che in quel 1973 gli Yes avevano pronto troppo materiale per un disco solo, ma non abbastanza per un doppio. E questa è l'idea di fondo. Due canzoni allungate a dismisura perché dovevano durare venti minuti. Ma a tutti gli effetti, date le premesse, è impossibile bollare il disco come un fiasco. Il troppo stroppia? Poteva stroppiare moooooolto di più.

Se siete fan degli Yes sapevate già tutte le cose scritte in questa recensione. Se non lo siete, o se gli Yes non vi hanno mai detto granché, schivate quest'album come la peste. Se invece avete dodici anni e non avete mai sentito altro che Owner of a lonely Heart, volendo cominciare a scoprire gli albionici, assolutamente non cominciate da qui. Cominciate piuttosto dallo Yes album, continuate con Close To the Edge, Fragile, eventualmente Going for The One e Drama. Dopodiché prendete in considerazione l'ascolto di questo Leviatano sonoro e di quello che lo ha seguito. Un disco che, proghettari o no, si ama o si odia, ma ad ogni modo un disco molto originale e con un suo peculiare stile, dotato, si ripete, di una fascinosissima prima metà e di una coraggiosa seconda. Indiscutibilmente Tales non rientra tra i capolavori assoluti del gruppo, né tantomeno negli ascolti obbligati per ogni amante della musica. Ma sicuramente un disco che ben fotografa una band intenta a misurarsi sia col successo che col proprio passato recente. Un disco che ben si inserisce nell'età aurea degli Yes, pur senza raggiungere le alte toccate nei tre dischi precedenti.

Tiziano Vlkodlak Marasco

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