Recensione: Target Earth

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Eccoli qui, i nuovi Voivod, i primi dove nemmeno una loro nota sia riconducibile alle geniali idee del chitarrista Piggy, ormai andatosene verso il suo mondo nel lontano 2005. Nessun banco di prova poteva essere migliore per testare se dietro quello straordinario sound, che ha caratterizzato ben dodici studio album, giostrasse una sola mente (come anche negli ultimi due dischi, "Katorz" del 2006 e "Infini" del 2009, caratterizzati da brani il cui aspetto compositivo aveva origine nei riff registrati da Piggy poco prima della sua morte) o se in effetti era significativo pure il contributo degli altri compagni di squadra. Di certo saranno in pochi ad ipotizzare che tanta innovazione ed equilibrio compositivo potesse aver origine da una sola mente... I Voivod contornavano ogni loro opera con una ricercatezza grafica esclusiva, con testi 'oltre ogni confine terrestre' e con una ricerca di suoni essenziale ed idonea, davvero poco ipotizzabile per ogni gruppo 'ordinario' che s'appresta ad entrare in sala prove. Insomma, i Voivod sono sempre stati marchio di garanzia di qualità, di unicità, di genialità inarrivabile nonché di elevata ispirazione, non solo per band amanti del metal o dell'hard-core, ma pure per chi ergeva strutture compositive progressive, piuttosto che avantguardistiche.

Lo ammetto, le difficoltà nell'esprimere un giudizio sono notevoli. In "Target Earth" di Voivod se ne sente, ma c'è qualcosa che non torna. Forse sarà avvantaggiato chi la band la conosce da tempo, chi ha colto la sua evoluzione nel corso di centinaia di ascolti, ma credo di poter affermare che questo sia un disco un po' costruito. Suonato benissimo, pieno di stile, il "loro" stile, ma poco dinamico, poco pulsante. Compositivamente il full-length è elegante, ma anche troppo angolare nella fin troppo lucida struttura dei brani. Gioiellini le sezioni soliste del validissimo Chewy, musicista già in formazioni memorabili quali Martyr, Cryptopsy, Gorguts, Quo Vadis: ok, tutto bene, però il chitarrista è comunque troppo tecnico e poco folle per poter essere anche solo citato come sostituto del compianto 'ex-sei corde' canadese. Ovvio, non siamo qui a proporre patetici confronti, tuttavia la spontaneità e l'estro che tenevano alta la bandiera della band canadese non sono così percepibili come in passato. Ma probabilmente non erano solo spontaneità ed estro, forse c'era dell'altro. Ed è questo 'altro' che, con la massima onestà ed umiltà, non riesco proprio a comprendere a fondo. Troppi i rimandi a ciò che è stato già fatto e concepito, poche le idee in grado di continuare a scavare il percorso tortuoso, ma logico, che il gruppo ha posto in essere fin dagli esordi, fin da quello spiazzante "War And Pain" del 1984. E se penso a cosa è successo fino a "Katorz" compreso, ben ventidue anni dopo quel brillante debutto, posso di certo ritenere che Piggy, ebbene sì, era il cuore pulsante di questa amorfa e mitica creatura musicale. E non escludo, dato che nel mondo reale non sempre siamo in grado di vedere ciò che non vediamo, che forse il talentuoso artista ogni tanto sia entrato in quella sala prove ed abbia ancora una volta lanciato spunti di ispirazione e riflessione... o almeno a me piace pensare che possa esser accaduto per davvero!

Ma, al di là di quanto sia successo nel passato, la nuova formazione c'è ed è oggettiva. Si tratta di una formazione responsabile, non la furbetta parodia di se stessa, in quanto non ha di certo voluto strumentalizzare il proprio passato a favore del presente. Anzi, ha dato vita ad un disco, ve lo garantisco, davvero valido. In particolare i brani di metà tracklist come Empathy for the Enemy, Mechanical Mind, Kaleidos, Corps Étranger, dimostrano come l'aspetto compositivo sia ancora sempre coerente, ispirato, relativamente fresco e comunque godibile. La storia insegna che tante band private di un musicista dalla mente brillante cambiano personalità alla velocità della luce, rinnegando, non di rado, il loro passato artistico. Fortunatamente non è il caso dei Nostri che, seppur orfani del Genio, riescono oggi a comporre musica che profuma ancora di Voivod. Una musica ancora incentrata sull'apparente immediatezza di un punk-thrash-core proiettato ben oltre allo scazzo, anche se priva della sinuosità spigolosa delle onde sonore futuristiche a cui erano abituate le casse del nostro impianto.

Ringraziamo quindi i nuovi Voivod, li supporteremo di certo perché restano e, probabilmente, resteranno per sempre, una delle realtà più importanti dell'intero panorama rock e metal, progressive o thrash che dir si voglia. Però ci uniamo anche noi a quel ringraziamento che i quattro provenienti da Jonquière, nel Quebec, pongono a firma del booklet: «Voivod gives special thanks always to Piggy, the spirit of Voivod». 'Lo spirito dei Voivod'... già, come dar loro torto?

 
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