Recensione: The Craft of the Witches

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I messicani Stone Demons nascono nel 1990 per volere di Enrique Martino e Joseph Van Hellsing. Reclutato tale G. Malthus alla voce, incidono nel 1990 tre pezzi: Vampyr, Mournful Woman e Stone Demons, con anche Diana Salazar al basso. La passione per le droghe del singer mina quello che doveva essere il debutto su demo da parte della band, tanto che dello stesso Malthus si perdono definitivamente le tracce. La delusione è tale tanto da far precipitare Van Hellsing in uno stato di depressione. Solamente nel 1993 la band riemerge e in quell’anno vi è la scrittura di altri brani, dopo il reclutamento di A. Aestera. La mala sorte, però, si accanisce ancora una volta sugli Stone Demons: Diana palesa dei problemi mentali e tuttora rimane sotto controllo clinico. Nell’inverno del 1994 il gruppo si scioglie.         

La resurrezione del combo maledetto avviene nel 2007, sempre sotto la spinta del duo magico Martino/Van Hellsing. La nuova line-up si compatta due anni dopo, la band compare all’interno della compilation Forged in Metal del marzo 2010 ed inoltre vedono la luce i due demo Vampyr e The Craft of the Witches. Quest’ultimo, per le solite, strane, vicissitudini, esce finalmente nel 2012 dopo una lunga gestazione sotto l’egida della Under Fire Records. Solamente quattro le pagine del booklet, con i testi e una foto della band in bianco e nero ove i protagonisti paiono pressoché irriconoscibili per via del forte contrasto utilizzato. Sicuramente meglio l’immagine della back cover, nella quale una donna completamente ignuda si appresta ad accendere dei ceri.    

Gothic Cross è la strumentale di turno, tenebrosa quanto serve, con i rintocchi di campana d’ordinanza di tanto in tanto, a fornire una particolare aurea cinematografica. Gran riffone di marca Death SS ad aprire Haxän (The Craft of the Witches), brano che porta in dote un suono di batteria davvero verace, di quelli che è puro godimento sentire rimbalzare sulla pelle. Note purtroppo dolenti da parte del cantato di J. Jesús Constanzo, acerbo, di sicuro non all’altezza della parte strumentale del combo di Mexico City.

Il suono di campane da morto in stile Ozzy Osbourne solista anni Ottanta danno il “La” a Vampyr, cinque minuti e venticinque secondi figli di un grande songwriting. Il singer, vista l’inclinazione melodica del pezzo pare un altro, tanto è a proprio agio in partiture meno acide. Vampyr è il classico pezzo che tutti i fan dei Death SS spererebbero di trovare all’interno del nuovo disco, di prossima uscita, da parte del combo capitanato da Steve Sylvester.                          

Altro riffone marcio ad aprire Mournful Woman (Remix), traccia evocativa, echeggiata, a tratti stentorea, molto vicina a certo HM italico catacombale degli anni Ottanta, peccato per il solo scolastico poco dopo la metà del minutaggio. A ridaje con le campane, stavolta a sigillare i lamenti di una donna, presumibilmente una strega, poi una cascata di note zanzarate rompono l’impasse per dare spazio a un brano veloce, a suo modo affascinante, come When the Witches Burn, con il cantante in secondo piano rispetto agli strumenti. La traccia numero cinque si assesta come il brano più tipicamente HM di tutto l’album, nonostante la parte finale sia foriera di sospiri, grida, e qualche piccolo inserto di tastiera. Call of the Woman, cover degli Enigma, una band hard’n’heavy messicana degli anni Settanta, spicca ancora per il fortissimo mood delle chitarre e l’incedere maestoso, a chiudere degnamente il lavoro.

The Craft of the Witches denota certamente un antico lavoro in fase di composizione dei pezzi, nessun particolare sfilacciamento è presente, il combo messicano pecca purtroppo laddove J. Jesús Constanzo mostra tutti i propri limiti. Non oso pensare che resa avrebbe avuto questo demo della Under Fire Records con dietro al microfono un cantante heavy/doom vero. Speriamo nella prossima uscita, magari su full length.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti 

 
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