Recensione: The Craving Within

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Primo full-length in studio della band norvegese Æra, “The Craving Within” esce a due anni di distanza dall’EP “Of Forsworn Vows” del 2017. Come la maggior parte delle opere di questo tipo, l’album è strutturato intorno ai temi dell’adorazione della natura e delle antiche divinità. E ovviamente, i toni sono improntati a certo black metal classico, anche se va detto che il duo cerca di metterci qualcosa di più complesso.

‘Skaldens Død’ è una traccia black nel più tradizionale dei termini: blast beat con chitarra al seguito, scream, atmosfere fredde e cupe. Tuttavia non sembra un inizio particolarmente originale, mancando totalmente di quella nota di epicità che ci si aspetterebbe da un gruppo che si definisce pagan-black.

‘Frost Within’ guadagna punti sulle aspettative. La prima parte della canzone è abbastanza lenta ma inizia a prendere velocità verso il secondo minuto. Dopo poco, un motivo solenne inizia a stagliarsi sullo sfondo monotono dei toni, anche qui, tipicamente black. Finalmente quella nota “pagan” che stavo aspettando. Verso il quarto minuto tutto si ferma per lasciar spazio ad archi e tastiere, in un intermezzo tanto inaspettato quando delicato. La canzone riprende poi da dove si era interrotta, continuando senza note particolari fino ai 7 minuti, quando una chitarra lenta si alza in primo piano fino a sfumare in un coro angelico.

Il terzo pezzo è ‘Rite Of Odin’, che fino al quinto minuto non si discosta molto dai già citati paradigmi.  Qui, il ritmo rallenta ancora una volta per lasciare spazio ad un canto epico, accompagnato da tastiere e una chitarra dai toni più power.

Fin qui, sembra quasi che gli Æra non riescano a miscelare l’anima pagan e quella black in una soluzione unica, ma debbano spezzare i propri brani per inserire momenti melodici in costruzioni altrimenti piuttosto stereotipate.

Seguendo uno schema simile alle canzoni precedenti, ‘Profetien’ inizia con un interessante riff dall’aria viking, si velocizza in una seconda parte, frena in un canto che sembra preghiera, e poi riparte dall’inizio. ‘Join Me Tomorrow’ è un altro veloce brano black rallentato da un assolo di chitarra verso il quarto minuto, ma non ha molto altro da offrire. I giochi di velocità continuano anche nell’ultima ‘Norrøn magi’, che si conclude con una parte finale abbastanza suggestiva ma lontana dall’epicità che vorrebbe evocare.

Qualcuno potrebbe dire che l’approccio di questa band sia indirizzato verso toni prog, ma la sensazione generale è che manchi qualcosa ad amalgamare i pezzi. Pezzi che, nonostante qualche momento interessante e la poetica dei testi, non osano allontanarsi troppo da certi schemi precostituiti, ma potrebbero incontrare i gusti di qualche purista del genere.   

Claudia Gaballo

 
60