Recensione: The Golden Grass

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Un artwork colorato, dal sapore seventies e psichedelico si prefigge lo scopo di presentare questo “The Golden Grass”, primo magnetico album confezionato dal giovane combo americano dall’omonimo moniker.
Con un mix interessante di sonorità riconducibili all’Heavy classico, all’Hard Rock, ed al Progressive, il trio a stelle e strisce sembra voler riportare le lancette del tempo fino ai gloriosi anni ’70, incidendo un debutto massiccio e genuino, senza dubbio possibile fonte di soddisfazioni per gli appassionati di Rush, Blue Oyster Cult e Uriah Heep.

In poco meno di quaranta minuti di musica, il terzetto da libero sfogo ad una vena creativa energica ed ispirata, come dimostra la bella “Please Man”, solida opener che ovviamente non perde occasione di volgere uno sguardo d’ammirazione alla lezione impartita dai padri Deep Purple, attraverso uno schema compositivo di ottima fattura, sorretto da una sezione ritmica impeccabile e dagli eleganti riff proposti dalla sei corde del bravo Michael Rafalowich, il quale - insieme al batterista Adam Kriney - è pure responsabile delle alcoliche trame melodiche contenute nell’intero cd.
L’altrettanto evocativa “Stuck On A Mountain” risulta ancora contraddistinta dall’ottima coordinazione tecnica dei tre musicisti: un nuovo esempio di buon Hard Rock fumoso e sognante, in cui a dominare sono sempre le semplici melodie vocali e le ispirate improvvisazioni chitarristiche, utili nel porre in risalto la verve e la più che discreta levatura della band americana.
Atmosfere blues e sottili tocchi jazz caratterizzano lo spirito della seguente “One More Time”, traccia che ancora una volta sembra ricordare i Deep Purple dei primi anni, riuscendo a catturare abilmente l’attenzione del fruitore grazie al consueto lavoro svolto dalla sei corde di Michael Rafalowich: un nuovo torrente di riff e parti soliste su cui voce, basso e batteria, possono esprimersi al meglio, costruendo una nuova, riuscita visione di ottimo Heavy Rock, decisamente old style ma non per questo prova di freschezza.

La seguente e lunghissima “Wheels”, avvia l’ascoltatore verso la fine del lavoro: questa volta sono gli Uriah Heep ad essere elevati a muse storiche, attraverso un brano divertente, intricato e ricco di cambi di tempo, caratterizzato da una struttura dinamica ed in continua evoluzione. Un grande lezione di stile.
Gli ultimi istanti di questa prima e coraggiosa opera, sono invece scanditi dalle note dell’ottima “Sugar ‘N’ Spice”, la quale - non discostandosi da quanto proposto dalla band finora - conferma il valore e la qualità di un album piuttosto ricercato e non di facile assimilazione, indubbiamente allestito da un gruppo preparato e sicuro delle proprie capacità: tutte caratteristiche che lasciano presagire un futuro ricco di soddisfazioni per questa nuova realtà americana.

 

 

 

 
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