Recensione: The Metamorphosis Melody

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Molto, molto improbabile che qualcuno possa accostarsi ai Midnattsol senza pregiudizi o anche, semplicemente, a mente leggera. Troppo facile etichettare il sole di mezzanotte come “la band in cui canta la sorella di Liv Kristine,” e su questa base snobbarne i dischi oppure, all’opposto, comprarli a scatola chiusa.

Anche perché lo stile delle due sorelle è assai diverso. Carmen infatti ha una voce molto più profonda e viaggia su tonalità molto più basse rispetto a Liv Kristine, così come la proposta dei Midnattsol differisce in buona misura da quella dei Leaves' Eyes. Certo è che a leggere certe dichiarazioni sulla scia dell'emancipazione delle due, si resta vagamente perplessi. Sempre si pone l’accento sul fatto che la carriera musicale di Carmen non sia stata favorita, né sia una tacita imposizione a seguire le orme della sorella maggiore. Poi, però, i due gruppi buttano fuori due dischi a distanza di un paio di settimane e, non bastasse questo, si imbarcano pure in una tournée assieme. Almeno nel metal un minimo sindacale di coerenza la si pretende.
Perplessità che vengono confermate dopo aver affrontato il nuovo "The Metamorphosis Melody".
Gran bella copertina, vero? Tuttavia siam qui a parlare di musica. Nelle parole del gruppo teuto-norvegese il titolo del disco dovrebbe rappresentare un cambio di rotta rispetto al passato. Non che si richiedesse ai Midnattsol una svolta sonora a tutto tondo, non che ci si aspettasse un nuovo "Perdition City", ma almeno qualche cambiamento non sarebbe stato male. Magari solo qualche innovazione, anche perché la band aveva dimostrato di avere delle buone doti tecniche e il debut “Where Twilight Dwells” era un disco più che dignitoso che regalava qualche perla e qualche gothic song che ogni tanto è ancora bello riascoltare.
Una di queste due era la opener "Another Return", brano che, indirettamente, è molto utile per far capire che disco sia "The Metamorphosis Melody". Moltiplicate "Another Return" per dodici, dategli degli arrangiamenti un tantino più massicci, stile Cradle of filth del periodo "Nymphetamine", e otterrete il nuovo disco. La formula è quella: una voce eterea, una base semplice semplice e riff di chitarra ruffiani. Le dodici canzoni non sono esattamente da buttare, anzi, confermano le possibilità compositive dei nostri. C'è anche qualche buon pezzo, come "The Tide" o "Forvandlingen", ma sono davvero tutte troppo simili, dacché ne risulta che pure il disco ne esce abbastanza piatto e non sembra che la band in fase di registrazione fosse particolarmente ispirata.
Altro elemento particolare: non ci si accorge che due canzoni sono in norvegese finché non si va a prendere tra le mani i testi. Visto che si parla di una band dalle voci pulite, è detto tutto. Mancano poi le ballad, soprattutto ne manca una di classe cristallina come "Desolation" (altra chicca del debut; "Goodbye" in questa sede è carina, ma nulla più). Il risultato è che l’unica canzone del lotto a distinguersi è la bonus track "Predator’s Prey". La quale, diciamolo pure, si distingue semplicemente per l’uso delle vocals pulite.

Dispiace, perché i ragazzi ci sanno fare e, lo ripeto, hanno le capacità per farsi un nome più che rispettabile in ambito gothic. Solo che, come si suol dire, non fanno male a nessuno. Vale a dire che non rischiano nulla, in questo disco meno che negli altri due, a dispetto del titolo.
Rimandati, seppur con un velo di tristezza.

Tracklist:
01 Alv
02 The Metamorphosis Melody
03 Spellbound
04 The Tide
05 A Poet’s Prayer
06 Forlorn
07 Kong Valemons Kamp
08 Goodbye
09 Forvandlingen
10 Motets Makt
11 My Re-Creation

Tiziano "Vlkodlak" Marasco

 
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