Recensione: The Modern Age

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A tre anni di distanza dal notevole album di esordio (Mysticeti Victoria, pubblicato per la Massacre Records), i power metaller francesi Dark Tribe tornano a suscitare l’attenzione della stampa specializzata pubblicando, questa volta per Scarlet Records, il secondo lavoro in studio intitolato The Modern Age.

Analogamente al primo album, anche questa seconda release si snoda attraverso undici tracce di feroce power metal, potente ed elegante, nonché impreziosito da una produzione asciutta e cristallina, decisamente migliore a quanto offerto in precedenza. Il combo francese appare fin da subito in ottima forma nelle note della risoluta “Humanizer”, breve intro strumentale, oscura ed enigmatica nel suo prosieguo caratterizzato da una riuscita commistione tra gelide sonorità elettroniche e sfuriate tipicamente metalliche, in perfetta sintonia con lo stile della band, che poco dopo può dare il definitivo via alle danze con la riuscita “Red House Of Sorrow”, spietata opener capace di dimostrare come la vena compositiva del giovane gruppo sia più che mai attiva e costantemente in perfetto equilibrio fra potenza e melodia. Loic Manuello (fautore anche del corposo comparto tastieristico presente nelle varie tracce dell’opera, volto a rendere il tutto maggiormente maestoso) inanella crudi riff chitarristici macinati con sapienza; Anthony Agnello al microfono interpreta con determinazione ottime melodie vocali, dimostrandosi cantante in possesso di una timbrica acuta e squillante, del tutto adatta alle nuove composizioni proposte.
Sulla medesima scia della traccia apripista, l’album prosegue su lande tipicamente power sulle note della diretta “My Last Odessey”, la quale pur adagiandosi su soluzioni non proprio innovative, riesce comunque a mantenere viva l’attenzione del fruitore, grazie a un refrain  melodico ed orecchiabile, che ne caratterizza l’essenza.
La title-track mostra la volontà del gruppo di viaggiare su velocità maggiormente controllate rispetto alla traccia precedente, incastonando un episodio ottimamente realizzato e reso maggiormente suggestivo dal buon tappeto tastieristico che puntualmente arriva ad arricchire la musica dei Dark Tribe con un marcato velo di regale teatralità, sempre piacevole e mai invadente, come anche evidenziato nella seguente e sempre cadenzata “A Last Will”, la quale vede ancora protagonista il bravo singer, protagonista di un ritornello ben confezionato e d’impatto.
A dominare completamente la scena è poi la melodia nel corso della veloce “No Train To Earth”, che a sua volta precede la sognante e mistica “Holy Water Day”, altro ottimo tassello di questo secondo platter.
Piacevolmente, ma senza grandi sorprese, i nostri tornano poi al power metal con la non esaltante “Wild Call”, che fa il paio con la più sostenuta e convincente “Rainwar”, la quale avvia l’ascoltatore alla fine del viaggio, che si concreta nella bella “Anthem For A Planet” e soprattutto nella particolare “Darkside Of Imagination”, in cui la band torna con successo ad avvalersi di sonorità elettroniche mescolate nel classico contesto power per un finale riuscito e gradevole.

I Dark Tribe sono dunque tornati a ruggire con un album ben confezionato e notevole nel proprio percorso, elementi che lasciano presagire un futuro di buone soddisfazioni per la band francese, nonostante sia stata in parte persa la freschezza e spontaneità che aveva in parte contraddistinto la prima opera, pubblicata ormai più di tre anni fa.

 

 
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