Recensione: The One Who Lurks

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Settimo album in carriera per i deathster statunitensi Drawn And Quartered che, con "The One Who Lurks", suggellano i venticinque anni di carriera.

Con tali credenziali va da sé che essi abbiano raggiunto quella maturità tecnico/artistica necessaria a renderli una delle band più importanti dell'underground del metal estremo, avendo ormai raggiunto un buon livello qualitativo sia per quanto riguarda l'esecuzione, sia per quanto riguarda il songwriting.

Il sound che permea "The One Who Lurks" è, nonostante l'apparenza, in linea con i tempi. Anzi, anticipatore, qui, di quello che negli States è ormai normalità. La fusione, cioè, del death metal classico con potenti elementi di doom e sludge. Indefinibile, per questo, il tipo di death metal affrontato dai Drawn And Quartered nell'elaborazione delle otto tracce che compongono il platter.

Herb Burke conduce il vascello con un growling soffuso, malato, inintelligibile, però perfetto per combinarsi a una musica tetra, buia, oscura. Limacciosa, per tentare di esprimere l'idea con un solo aggettivo. Un po' come il flavour dello sludge, appunto.

L'impatto sonoro è forte ma non irresistibile. Come più su accennato la potenza in gioco è alta, ma non è travolta da ritmi esagerati. Come da tradizione doom, le battute a volte rallentano sino all'inverosimile ma si tratta comunque di momenti piuttosto rari, giacché i Nostri paiono avere una fedele predilezione per i massicci mid-tempo in doppia cassa. Seppure si superi con decisione, anche in questo caso a sprazzi, la terribile barriera dei blast-beats.

Il guitarwork di Kelley Kuciemba, anche bassista, è notevole in quanto forma l'ossatura principale della struttura del Drawn And Quartered-sound, proponendo riff lisergici, lenti, che penetrano in profondità nelle carni ma anche soli taglienti, ficcanti; quasi che accompagnino le operazioni di squartamento così come suggerito dal moniker del combo di Seattle. Non si discosta dall'elevata capacità restitutiva del combo stesso il drumming di Simon Dorfman, capace di variante continuamente il ritmo da bassi numeri di BPM sino, come detto, a superare il limite dei blast-beats. In questo caso ('Horned Shadows Rise', 'Temples of Arcane Devotion'), a parere di chi scrive, si sviluppa la migliore potenzialità di un terzetto in grado di gestire con assoluta tranquillità ogni tipo di variazione sul tema.

Tema, questo sì, un po' inflazionato, sì da rendere tutto sommato non particolarmente originale l'insieme dei brani. Forse è una certa monotonia delle linee vocali (sic!) di Burke, ideali per il genere ma alla lunga tediose. Occorre inoltre sottolineare che la commistione del death allo sludge e al doom ha ormai generato molti ensemble, impegnati a trascinarsi in una fanghiglia marrone e monocorde, tendente a uniformare tutto e tutti e nella quale è facile restare intrappolati.

Purtuttavia occorre evidenziare che, comunque, i Drawn And Quartered assommano a sé una qualità della composizione senz'altro superiore alla media, in virtù di una variabilità notevole all'interno delle canzoni e fra le canzoni medesime.

Però, manca qualcosa. Un senso di incompiutezza accompagna i passaggi del disco, forse la definizione di pezzi dotati di maggiore personalità e riconoscibilità... forse qualche traccia memorabile da scegliere per i posteri.

Si direbbe un lavoro di routine, insomma.

Daniele "dani66" D'Adamo

 
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