Recensione: The Shadowed Road

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Il metal sta cambiando, il metal sta andando avanti. In molti modi, ma soprattutto prendendo elementi di vari generi e mettendoli insieme per ottenere qualcosa di nuovo. E in questo senso, l'Australia si è distinta parecchio negli ultimi anni. Dai Ne Obliviscaris ai Karnivool, l'isola che sta ai nostri antipodi ci ha dato in questi anni grandissime soddisfazioni.

Può forse la Nuova Zelanda essere da meno? Aprendo una piccola parentesi, mi sono reso conto di non aver mai affrontato un gruppo proveniente da Wellington e dintorni, a fronte di 271 recensioni scritte per questo sito (all'insegna del mantra "gruppi neozelandesi pochi, ma trombate pure meno"). C'è comunque una prima volta per tutto, e il secondo disco dei Sojourner sembra essere la migliore delle occasioni. Va detto che, sebbene la band si dichiari effettivamente di casa nel secondo Stato dell'Oceania, vanta al suo interno un'inglese preposta a chitarre, voce e 'strumenti strani' (Tin whistle), uno spagnolo al growl e un italiano alla batteria. E per quanto riguarda l'Italia, sentiamoci onorati del fatto che i nostri sono sotto contratto per la nostra Avantgarde.

Il quintetto, che porta il nome di una sonda della NASA inviata su Marte, si dedica in realtà a tematiche molto più fantasy, e basta un'occhiata alla copertina del nuovo "The Shadowed Road" per capirlo. Musicalmente, ancora, ci troviamo innanzi a una proposta molto derivativa, ma contemporaneamente molto originale. Per certi aspetti paiono accostabili ai Barren Earth. Basi rocciose, mutuate dall'atmosferic black metal, su cui si inseriscono trame chitarristiche elaborate ed estremamente raffinate. Il tutto contornato da tastiere mai invasive e strumenti bucolici, a volte difficili da rilevare, che donano al tutto una velata aura progressiva, confermata dalla complessità dei riff di cui sopra. E ancora, le spruzzate sporadiche delle eteree clean vocals femminili di Chloe Bray, contrapposte all'onnipresente growl ruvido di Emilio Crespo, donano un gusto vagamente gotico ad alcuni momenti.

Il risultato sono sette pezzi estremamente strutturati e dal minutaggio corposo – una sola canzone sotto i sei minuti – canzoni piacevoli fin dal primo ascolto ma effettivamente difficili da assimilare sulla lunga distanza. Composizioni di respiro molto ampio, dominate da atmosfere dilatate e del tutto acconce all'anima fantasy del quintetto, sebbene vengano costruite su riff taglienti e rabbiosi.

In tutto questo, le autentiche gemme dell'album sono la opener "Winter's slumber" e la conclusiva title track. La prima è un meraviglioso esempio di metal estremo votato alla creazione di melodie paradossalmente dolci come la pioggia di primavera. La seconda, ancora, si distingue per il suo incedere lento e malinconico, che costruisce su una singola linea melodica nove minuti ispiratissimi e carichi di cambi di velocità, riuscendo nella rara impresa di non essere né banale né malinconica. Terzo pezzo che si distingue, essenzialmente per atmosfera, in un lotto davvero omogeneo, è la cupa "An Oath sworn to Sorrow".

Un disco affascinante e gustoso, dunque, questo "The Shadowed Road", le cui molte idee sono valorizzate egregiamente dalla produzione di mr. Oystein G. Brun (mastermind dei Borknagar). Un disco che, ripetiamo, mostra un po' la corda sulla lunga distanza, a causa della complessità sonora della proposta e di alcuni momenti effettivamente ostici. Si tratta comunque, a parere nostro, di peccati venali che nel futuro saranno sicuramente risolti poiché, con soli due dischi all'attivo, i Sojourner hanno già messo in mostra mezzi tecnici e maturità impressionanti.

 
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