Recensione: Total War

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Tempo di ritorni sulle scene anche per i bergamaschi Ulvedharr, che dopo l’EP “Legion” dell’anno scorso pubblicano sotto Scarlet Records il loro terzo album “Total War”. Per chi non li conoscesse, gli Ulvedharr propongono un thrash metal con pesanti derive death: un metal quadrato, compatto e furioso in cui il vecchio e il nuovo si mescolano sotto l’insegna di un’aggressività assai marcata ma che strizza anche l’occhio a una certa epicità latente. Echi degli Slayer di Hell Awaits si percepiscono qua e là tra i riff muscolari e fulminanti, fondendosi con una sezione ritmica possente ma frastagliata, in cui il basso si ritaglia il suo spazio a suon di gomitate e distorsioni tonanti, e un cantato ruvido di piena scuola death che però non disdegna cambiare registro di tanto in tanto, per fornire una prova sempre agguerrita e temeraria al proprio pubblico senza limitarsi al classico growl stile lavandino sturato.
Le tracce, neanche a dirlo, sono studiate per aggredire l’ascoltatore fin da subito, travolgendolo con la propria carica furibonda e martellandolo per tutti i tre quarti d’ora di questo “Total War”. Sebbene infatti non manchino momenti, diciamo così, più compassati, pervasi da un respiro che in alcuni casi sfocia come scrivevo prima addirittura nell’epica (giustificata anche dal fatto che molte tracce riguardano la storia romana ed alcuni tra i suoi avversari più temuti) e che permette al gruppo di aggirare una certa rigidità di fondo nella propria proposta, è con la carica e le bordate violente che i nostri si guadagnano il pane, costruendo il proprio solidissimo muro di suono come una diligente e ben rodata compagine di muratori (non per niente i nostri sono di Clusone!). Battutacce a parte, la compattezza sonica esibita dai nostri si mantiene sullo stesso livello per tutto l’album senza mostrare cedimenti o crepe, riuscendo ad alzare l’asticella sopra la media con pezzi come la title-track, la terremotante “Flagellum Dei”, la scandita e minacciosissima (sebbene un po’ troppo ripetitiva, a mio avviso) “Master of Slavery” e la violenta “Wrath of Brenn”. Altro aspetto da tenere in conto è la presenza di una certa ricerca atmosferica (prendete questo termine con le pinze, mi raccomando!) da parte dei nostri, che nonostante facciano di tutto per picchiare come dannati non cedono mai alla cacofonia o al rumorismo immotivato, ma concedono sempre respiro tra una mazzata e l’altra per non distrarre l’ascoltatore con irragionevoli esibizioni di violenza fine a se stessa.

In definitiva non ho alcuna remora a promuovere quest’ultima fatica degli Ulvedharr: “Total War” è un album grintoso, omogeneo, diretto e feroce senza essere disarmonico, e soprattutto dimostra la coerenza del gruppo bergamasco con la propria idea di metal senza risultare una sterile copia di ciò che l’ha preceduto. L’unico appunto che mi sento di fare riguarda la copertina dell’album, davvero troppo spartana: forse qualcosa di più vicino a quanto fatto per “Legion” mi sarebbe piaciuto di più, ma a parte questo niente male, signori.

 
70