Recensione: Twisted into Form

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I Forbidden sono indubbiamente uno dei gruppi più sottovalutati dell'intera scena thrash statunitense. Nato nella seconda metà degli anni '80, il gruppo californiano si è immediatamente rivelato come uno degli esponenti più validi della seconda generazione partorita dalla Bay Area (complice un debutto notevole come “Forbidden Evil”), pur non riscuotendo mai il successo meritato.
“Twisted Into Form” è il secondo capitolo dell'avventura targata Forbidden, nonchè uno degli ultimi album degni di nota prima della definitiva morte del thrash. Il disco esce nel 1990 e stupisce subito: il five-piece ha definitivamente aggiustato il tiro, dimostrando un'apprezzabile maturazione stilistica che ha portato alla pubblicazione di un lavoro personale come pochi altri. A chi si aspettava la solita produzione “pre-confezionata”, i Forbidden rispondono con un lavoro che riprende quanto di buono era stato seminato nel debutto (che, nonostante la proposizione di schemi piuttosto classici e abusati, spiccava per la padronanza esecutiva messa in mostra dalla band), rivedendolo in un'ottica originale e decisamente interessante: la tipica componente speed è qui alternata a episodi più meditati, che rendono più vario e coinvolgente l'ascolto, senza per altro perdere un briciolo di potenza. Il gruppo offre inoltre una pregevole prestazione dal punto di vista tecnico, sviluppando brani più complessi e equilibrati: una scelta che in ogni caso non compromette la generale immediatezza dell'album.
“Twisted Into Form” è registrato dalla line-up originale dei Forbidden, ovvero Craig Locicero e Tim Calvert (futuro axeman dei Nevermore) a formare la coppia chitarristica, Matt Camacho al basso, Paul Bostaph (oggi celebre per i suoi trascorsi con gli Slayer) dietro le pelli e Russ Anderson come vocalist. A giudizio di chi scrive, la forza dei Forbidden consiste proprio nel valore dei singoli musicisti, che rendono il sound del gruppo californiano inconfondibile. Oltre all'ottima prova offerta – come di consueto – dall'inossidabile Bostaph, capace di proporre soluzioni ritmiche dinamiche e, allo stesso tempo, fantasiose, va ricordato il certosino lavoro delle due asce, capaci di miscelare sapientemente momenti di grande intensità e violenza a stacchi acustici di ottima fattura, senza scadere mai nel banale. Un discorso a parte merita la prestazione di Russ Anderson, uno dei migliori singers che mi sia mai capitato di sentire in campo thrash: il vocalist in questione dimostra di essere dotato di una innata “grazia” melodica (risultando per certi versi paragonabile al conterraneo Joey Belladonna, storico frontman degli Anthrax) che arricchisce un cantato già di per sè graffiante e stilisticamente notevole. Un connubio efficacissimo, e uno dei punti di forza dell'opera.
Tra le nove tracce del full-length (interamente composto dalla premiata ditta Craig-Locicero-Bostaph, se si eccettuano le due strumentali) da segnalare la bellissima “Infinite”, un potenziale compendio di tutte le peculiarità dell'album, “Step By Step” (dotata di un groove indescrivibile), la splendida title-track e la conclusiva, contorta “One Foot In Hell”, anche se in generale il disco si attesta su livelli piuttosto elevati, compatto e veramente godibile.
In definitiva un pezzo (e un gruppo) da riscoprire obbligatoriamente per chi si professa amante del thrash americano e non solo. Ricordo infine che il gioiellino in questione è stato recentemente ristampato dalla Century Media con l'aggiunta di due live bonus-tracks, “As Good As Dead” e “Chalice Of Blood”, entrambe originariamente pubblicate sul debut “Forbidden Evil”: un motivo in più per accaparrarsi un pezzo di storia.

Tracklist:

1) Parting Of The Ways (instrumental)
2) Infinite
3) Out Of Body (Out Of Mind)
4) Step By Step
5) Twisted Into Form
6) R.I.P.
7) Spiral Depression (instrumental)
8) Tossed Away
9) One Foot In Hell

Formazione:

Russ Anderson – vocals
Craig Locicero – lead & 6 string acoustic guitars
Tim Calvert – lead, 6 & 12 string acoustic guitars
Matt Camacho – bass
Paul Bostaph - drums

 
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