Recensione: Ukon Wacka

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Su e giú. Destra e sinistra. Eppure sempre al punto di partenza, come ogni ubriaco che si rispetti. Gira e rigira i Kopriklaani sono sempre qui, nella stessa forma, nella stessa sostanza. Possibilmente alcolica. Per tutta la seconda fase di una storia musicale che sta per giungere all’importante giro di boa della prima decade, la band finnica ha sempre resistito ai colpi di una critica che li ha costantemente accusati, nemmeno troppo velatamente, di essere maestri in una delle discipline piú popolari in campo metal: il riscaldamento della famosa minestra.

Accuse ben fondate che si sono peró sempre dovute arrendere davanti a dischi molto vicini l’uno con l’altro ma qualitativamente abbastanza ispirati per sopravvivere e convincere, anche se talvolta non pienamente, le orecchie assetate di inni folk e galoppate gagliarde. Ogni anno, ogni passo, il confronto con questi giudizi e pregiudizi, queste dita accusatrici, diventa sempre piú difficile. Difficile perché raramente i Korpiklaani hanno spostato anche una piccola virgola della loro musica. Quasi mai hanno mosso anche soltanto uno di quegli accenti ben piazzati sulla pennata in levare ormai tipica di una buona parte della loro discografia. Una staticitá stilistica che rischia, da un momento all’altro, di varcare il punto di non ritorno.

Tervaskanto, Tales Along This Road e Voice of Wilderness, tre album che hanno scritto le pagine del folk metal scandinavo, sembrano lontani. Eppure l’ultimo dei tre ha meno di quattro anni. Quella dei Korpiklaani é una musica che rischia di logorarsi in fretta, di essere degradata allo stadio di usa e getta, dovessero i nostril perseguire in questo immobilismo ormai cronico. Sono due i grandi interrogativi che cercano risposta. Uno, possono cambiare? Ovvero, hanno i Kopriklaani colpi in canna custoditi gelosamemente nei loro cottage e nelle loro saune? Qualcosa che possa farci nuovamente rimanere a bocca aperta? Due: vogliono cambiare o va bene cosí? Ci tengono i Korpiklaani a rischiare e provare a rivitalizzare una proposta musicale che dal punto di vista commercial funziona a gonfie vele? Le risposte potrebbero trovarsi proprio qui, in Ukon Wacka.

Dalle coste della Finlandia fino al Sud America, per rispolverare dalla dispensa una bottiglia di Tequila con cui innaffiare un altro riff semplice e quadrato. Sembrerebbe essere l’ormai consueto appuntamento con il singolo apripista, invece no. Questa volta é solo il b-side, un secondo estratto che ha il compito di accompagnare Ukon Wacka, il brano scelto per introdurre con qualche settimana di anticipo il nuovo disco da studio. Ebbene, singolo e album hanno lo stesso titolo. E se in Ukon Wacka intendiamo indagare similitudini, ne troviamo diverse in un brano che rimane saldo allo stereotipo Korpiklaani, solo che sembrerebbe avere meno effetto sulle giunture, pronte e cariche per esplodere nella solita festa di pinte e balli. Il risultato di Tequila lascia ancora piú perplessi: il morbo del riciclaggio sembrerebbe aver raggiunto il suo apice in un pezzo che risuona come la brutta copia dei propri progenitori, distante secoli da vecchie glorie come Beer Beer. È l’ubriaco di cui dicevamo prima, che corre e ritorna al punto di partenza, questa volta cercando di inseguire e catturare la propria ombra. Ci prova ma non ce la puó fare, e al punto di partenza ci arriva ancora piú stanco di prima. Va anche detto che c’era da aspettarsi un brano apripista del genere, quindi concentriamoci sul resto del disco.

Credo sarebbe assurdo chiedere a una band di questo tipo rivoluzioni sonore, la carica sinfonica dei Turisas o arrangiamenti in stile Moonsorrow, ma messi davanti a Päät Pois Tai Hirteen, un brano fatto di un riff uno e un ritornello di un accordo uno, forse é lecito storcere il naso. Meglio allora ripararsi tra le calde note di una bella semi-strumentale come Tuoppi Oltta, terreno in cui la coppia Kauppinen/Lemmetty prende il commando delle operazioni, guidando la comitiva attraverso un accattivante giro folk a un ritmo decisamente danzereccio. Tutto giá sentito, ma con una vitalitá che non ci dispiace ritrovare. Altrettanto buoni voti riscuote la bella Lonkkaluut, con le line strumentali che finalmente si intrecciano creando una di quelle strutture melodiche che hanno fatto la fortuna dei Korpiklaani alcuni album or sono. Chitarre acustiche, violino e un’elettrica meno monotona che prende addirittura il sopravvento in una virata quasi death metal alla fine del brano. Da salvare anche Korvesta Liha, brano un po’ rock e un po’ speed, con la prima parte che sembrerebbe quasi richiamare da lontano i connazionali Hanoi Rocks.

Basta guardare l’insieme per capire che il vero assente di questo disco sono I pezzi grintosi e vitali. Mancano praticamente del tutto, con la strumentale Vaarinpolkka che si erge a unico bastione, unico avamposto dei Korpiklaani piú scalzanti che abbiamo conosciuto in brani spettacolari come Journey Man e Happy Little Boozer. Che fine hanno fatto quei ritornelli, quelle strofe rapide e trascinanti, quell’euforia alcolica e quell’energia primordiale?
Si arriva al finale con uno dei pezzi migliori del brano, Surma, ovvero “morte”, una nenia dal sentimento shamanico dove gli elementi ritmici si accodano l’uno all’altro per chiudere un circolo melodico semplice e malinconico che esplode improvvisamente in una cavalcata finalmente degna dei Korpiklaani migliori, con Jarvela che sbraita senza troppe remore. Si sente finalmente l’ugola del padre fondatore della band, uno dei tratti caratteristici di questa band, uno degli elementi a cui questa band non puo’assolutamente rinunciare. E nemmeno tentare di educare verso strutture canoniche.

Ci sarebbe, per concludere, la cover di Iron Fist dei Motörhead. Simpatico omaggio che regala a tutti uno scorcio su una dimensione parallela in cui Lemmy, giovanissimo, si innamora di una violinista e cade vittima di un ménage a trois con lei e l’amica, una studente finlandese con la passione per la fisarmonica.

La forza dei Korpiklaani é sempre stata un infuso ancestrale di freschezza e spensieratezza. Una linfa vitale che qui sembrerebbe mancare. Comincia la fase piú terribile e spietata, quella che si manifesta concretamente nel pericolosissimo pensiero “speriamo che facciano i pezzi vecchi”. La resa solenne di fronte a un materiale che non é piú quello di qualche primavera passata. Pezzi che non reggono il confronto con i predecessori. Se tutto cio’ accade quando lo stile non cambia, purtroppo é difficile ripetersi anno dopo anno, a distanza cosi ravvicinata. Si avverte grande necessitá, per questi ormai affermati musicanti finlandesi, di trovare nuova energia, per sviluppare in qualche modo gli elementi di una musica che non va cambiata ma ha grande bisogno di una vigorosa rivitalizazzione.

Questo é il disco che temevamo i Korpiklaani avrebbero prima o poi pubblicato, una copia dei piú fortunati dischi precedenti riarrangiata qua e la’. Delude non tanto per la qualita’ dei suoi brani – che restano comunque, singolarmente, quasi tutti episodi piacevoli – ma per la sua apatia d’insieme. Fosse un debutto, lo elogerei. Forse il secondo disco di una band giovane, parlerei di piacevole conferma. È il settimo disco in nove anni, é il momento di inventarsi qualcosa. Nell’attesa, beviamoci su.
 

Tracklist:
1. Louhen Yhdeksäs Poika
2. Päät Pois Tai Hirteen
3. Tuoppi Oltta
4. Lonkkaluut
5. Tequila
6. Ukon Wacka
7. Korvesta Liha
8. Koivu Ja Tähti
9. Vaarinpolkka
10. Surma
11. Iron Fist (Motörhead cover)

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