Recensione: Une Ombre Régit les Ombres

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Quattro figure inquietanti. Abbigliate con lunghe, abbondanti mantellate di cuoio nero, i cui visi sono nascosti da maschere d'uccello, e i crani ornati da copricapo la cui foggia è vagamente barocca. La percezione d'insicurezza che si prova è chiaramente dovuta all'impossibilità di vedere chi ci sia, sotto quelle vesti così pesanti, così anonime, così scure. Anche se, alla fine, si sa: il quartetto risponde al nome di Abduction, band francese facente parte della nuova ondata oscura proveniente d'oltralpe.

Black metal. Duro. Brutale. Colto. Elegante. È quello di "Une Ombre Régit les Ombres", debut-album della formazione di Versailles. Provenienza geografica che dice tutto. Sia con riferimento al ridetto camuffamento di François Blanc & Co., sia a proposito della raffinatezza testuale e musicale delle song che compongono l'opera.

Il morbido e trasognante incipit del full-length, coincidente con il breve strumentale 'L'Horloge', non deve tuttavia ingannare. 'Naphtalia', come una plumbea marea, con il mare e il cielo che risplendono del medesimo colore angosciante, travolge l'anima e il cuore lasciando senza fiato. Le fiammate dei blast-beats e i drammatici riff a cascata della chitarra dipingono uno scenario buio, sinistro, malato. Non si sa di cosa. Ma, malato. Il black metal scorre veloce, violento, massiccio, potente, possente. Ci sono i richiami all'ormai consolidata tradizione tricolore in materia di armonie post-black, che salgono a galla durante la suite, però il mood è arcigno, roccioso, veemente. È quello del black metal classico. Misantropico, tetro, cavernoso.

Certo, gli intermezzi arpeggiati ricamano delicati tappeti melodici, invitando la mente a sognare, a vagare nel nulla. Però, il tono non è felice, non è speranzoso. Anzi, al contrario, l'angoscia di cui si è più su accennato sale rapida, in gola, sino a distorcere la vista. E allora, quando il ritmo diverge in direzione della follia, monta veloce la natura più vera del black metal stesso. Quella natura che porta inesorabilmente alla morte, sia fisica, sia spirituale. La seconda, più dolorosa, più sofferta, più distruttiva.

Gli Abduction riescono bene, nel definire con precisione l'ossimoro picchiare accarezzando. Probabilmente è la loro qualità migliore, a sentire 'Sainte Chimère'; terrificante bombardamento nucleare che nasce da auliche, angeliche sequenze d'aristocratiche note. Un'elegia che vive pochi attimi, travolta dal devastante drumming dell'invasato Morgan Velly. Una volta di più, dimostrativo del fatto che anche un genere che ben si adatta alle one-man band abbisogna dell'opera umana, dietro alle pelli. È una questione di energia vitale, in fondo. Di anima, di cuore. Ancora una volta, sempre di loro, si parla.

Pure 'Sainte Chimère' assume le sembianze di una suite ma d'altronde è così che è stato concepito "Une Ombre Régit les Ombres". Una scelta coraggiosa, che si porta perennemente dietro il rischio di indurre alla noia. Gli Abduction, nondimeno, centrano anche l'obiettivo di non essere ridondanti, ripetitivi, ammorbanti.

Forse al lavoro manca il colpo finale, quella melodia che trapassa il corpo, quell'invenzione che travolge il pensiero, che strappa la mente. Come se mancasse l'ultimo frammento di un puzzle formato da migliaia di pezzi. Quest'osservazione non incide più di tanto, poiché "Une Ombre Régit les Ombres" è, in ogni caso, l'ennesimo, superbo esempio dell'altissima qualità raggiunta dal black metal in Franca.

Occorre farlo proprio, allora. Lui, "Une Ombre Régit les Ombres", e loro, gli Abduction.

Daniele D'Adamo

 
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