Recensione: Up In Arms

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La voglia di esaminare questo "Up In Arms" dei Bloodclot mi è venuta per un motivo preciso: la presenza di Nick Oliveri. Il bassista-cantante è un personaggio che tengo sempre d’occhio, e un irrequieto, un ribelle, autodistruttivo e dannato. Dai tempi in cui militava nei seminali Kyuss, la sua carriera è stata un sommossa continua, tra mille progetti e partecipazioni.
Nick ha lasciato un segno nel movimento stoner grazie alla sua fondamentale presenza nei Queens Of The Stone Age, coi quali realizzò i due capolavori "Rated R" e "Songs For The Deaf" (con il primo senz’altro più geniale); il basso pulsante e il contributo vocale, un vero latrato da coyote del deserto, donavano una marcia in più alla band di Josh Homme che di fatto, dopo l’abbandono di Oliveri, non è più riuscito a ripetersi su quei livelli. Il carattere imprevedibile e lo spirito punk del pelato barbuto non potevano essere irregimentati nella logica commerciale intrapresa da Homme, perciò tanti saluti, rimpianti compresi, e via con altri progetti.
Mondo Generator, Death Acoustic, Nick Oliveri’s Uncontrollable e tante collaborazioni per sfogare il suo bisogno di musica.

Ed eccoci quindi ai Bloodclot, ultima alleanza in ordine di tempo di Nick Oliveri (o Rex Everything che dir si voglia, come da pseudonimo), stavolta in squadra con il cantante John Joseph dei Cro-Mags (altra band dove ha militato Oliveri), il batterista e vecchio socio ai tempi dei QOTSA Joey Castillo, l’ex ascia dei Danzig Todd Youth… un gruppo niente male! "Up In Arms" è un concentrato di hardcore vecchia scuola, di quello praticato dai Black Flag e dai Bad Brains per intenderci, impegnato contro il logorio della società moderna così avvolta dall’oscurità.
Il leader Joseph è un Hare Krishna e uno straight-edge che pratica yoga, super sportivo e vegano, con all’attivo anche diversi libri utili a divulgare il proprio pensiero, incentrato sul risveglio delle coscienze sempre più addormentate dai politici, sulla necessità di salvare l’ambiente, sull’opporsi al materialismo come una fede da cui essere consumati. Questi i temi trattati da "Up In Arms" attraverso dei veri e propri cazzotti hardcore punk, a partire dalla titletrack, o la tellurica "Fire" dal coro urlato, una sequenza di tracce concise e dritte al punto.
"Manic", uno dei numeri con Oliveri alla voce, è acida e con un bel riff incalzante, ed è anche uno dei casi dove Todd Youth mostra la sua bravura in sede di assolo. "Kill The Beast" è eloquente nel messaggio ivi contenuto, e il coro ripetuto in maniera ossessiva serve a spingerlo fino in fondo ai neuroni.
E ancora "Prayer", "Soldiers Of Babylon", non c’è un attimo di tregua nella furia dei Bloodclot, dove comunque alle liriche urlate e vomitate in faccia corrisponde sempre uno strato melodico coinvolgente, e la capacità strumentale della band unita all’esperienza ha permesso loro di comporre pezzi di alto livello. La produzione è volutamente old school, figlia del lavoro di Zeuss (già produttore degli Hatebreed), e si sottostà con piacere ai colpi dei Bloodclot, giù attraverso il vortice infuocato di "Kali", "Slow Kill Genocide" (altro bel assolo di Todd Youth), "Life As One", nella rabbiosa rivendicazione del mondo, alla ricerca dell’energia insita in ogni singolo per cambiare le cose, liberarsi dai padroni che governano le nostre idee, recuperare una natura devastata dalle industrie e dalle guerre, prima che sia tardi.

"Up In Arms" non fa sconti né prigionieri, bombarda i timpani con una colata di aggressività rovente in dodici tracce che metteranno a ferro e fuoco i palchi in sede live, ma che anche solo su disco trasmettono tutta la determinazione espressa dal quartetto senza lesinare in sudore e credibilità.
I Bloodclot di certo non sono per tutti, ma riportano in alto la bandiera dell’hardcore vecchia maniera, e i fans del genere ne saranno lieti.

 
70