Recensione: Visitant

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Il 2018 non è ancora terminato; nel momento in cui vede la luce il nuovo album degli Arsis mancano ancora un paio di mesi prima di gettare via il calendario, eppure possiamo già cominciare a tirare le somme di un anno che ha visto il ritorno di grandi band e fatto la gioia degli appassionati con una sorta di ritorno a sound più puri e che in alcuni casi hanno accantonato sperimentazioni portate avanti con i dischi precedenti. Per il death metal in particolare sono stati 10 mesi entusiasmanti e non sarà facile spuntare la propria top ten, dovendo necessariamente lasciar fuori qualche titolo che di certo non rinuncerà a suonare nel vostro lettore per tutto l’anno prossimo e quello dopo ancora. Concentrandoci sugli Arsis, il nuovo album Visitant segna il ritorno, dopo ben 5 anni di gestazione, dalla release di Unwelcome. Gli americani, formatisi nel 2000 e raggiunto l’esordio discografico con il superbo A Celebration Of Guilt del 2004 hanno sperimentato a lungo nel corso della loro discografia, ma sono sempre rimasti fedeli alla causa di un metal violento e tecnico, fatto di finezze compositive figlie di un estro che ha saputo ritagliarsi uno spazio tutto suo e brillare di luce propria, anche quando molti recriminano che i fasti vissuti a inizio carriera non siano stati più eguagliati in seguito. Che si dica quel che si vuole, ma dopo 14 anni dalla loro prima firma ufficiale, il combo americano è ancora qui a suonare death metal pesante, articolato e per nulla scontato, ma soprattutto perfettamente in grado di farci smettere di fare qualsiasi cosa stessimo facendo e spararcelo in cuffia a tutto volume, qualità non da poco in un genere ormai affollato come la tangenziale nell’ora di punta.

 

La stessa copertina del nuovo disco, seppur resti fedele allo stile adottato dalla band, trasmette maggiore oscurità, incuriosisce e come sempre ti trascina nel suo freddo abbraccio di dettagli e vuoto interiore. Tempo di cominciare ed a Tricking The Gods l’onore di aprire la danza (macabra) con una sfuriata di blast beat e ritmiche serrate come le fauci dell’Inferno. Ci sono innumerevoli cambi di tempo, sempre condotti da una padronanza dello strumento ormai autentico marchio di fabbrica Arsis e una voce graffiante alla quale non importa di sacrificarsi per il bene ultimo della band. La sensazione è quella del viscido e duro corpo di un serpente che si attorciglia sulla propria vittima ed in un paio di minuti sei già dentro il ventre di Visitant, anche se soltanto alla prima canzone, che cela in sé tutti gli ingredienti che una opener deve avere. Hell Sworn è ancora più violenta, a suo modo melodica e con un solo di chitarra da pelle d’oca, opera dell’ospite d’eccezione Malcolm Pugh (Inferi). Easy Prey mantiene alta l’attenzione e segue l’azzeccata impronta lasciata dalla traccia precedente, ma evolve trasmettendo la cura adoperata per ogni cambio, ogni passaggio e ogni singola nota presente in un bollente calderone death metal. A Fathoms il compito di esplorare nuovi confini dell’aggettivo estremo, con un indice di violenza a dir poco sbalorditivo, altre idee e una compattezza granitica costruita attorno ad un riffing molto più che ispirato. La partenza quasi black di As Deep As Your Flesh conferma l’ampio spettro sonoro di cui sono dotati gli Arsis e quindi non soltanto puro death tecnico, ma anche thrash e appunto black. Questo non significa che ci si trovi di fronte ad un brano senza ne capo ne coda, ma dimostra come alcune etichette possano diventare sottili sfumature in una pennellata di metal estremo suonato con consapevolezza come non tutti sarebbero in grado di fare. Lo stesso discorso vale per la successiva A Pulse Keeping Time With The Dark, che si concede il lusso di rallentare il ritmo in alcuni punti, forse proprio per tenere il passo dell’oscurità, oppure accogliere sezioni “quasi corali” (passatemi il termine).

Giunti a metà dell’album, la voglia di proseguire è pari soltanto a quella di tornare sulle canzoni precedenti per scovare tutte le sfumature di cui sono impregnate, ma proseguendo in ordine abbiamo Funereal Might, un’orgia di velocità e ferocia sputata sullo spartito come fosse sangue. Death Vow è più tradizionale, non fraintendete, spacca come poche, ma percorre la strada di Visitant con un fare leggermente più defilato rispetto alla sfilza di gioielli che ci hanno trapanato i timpani sino ad ora. Forse la più orecchiabile del lotto è Dead Is Better, in grado di unire tutti i punti salienti del disco, senza perdere il nervo che contraddistingue un momento compositivo baciato dalla sorte. C’è ancora tempo per Unto The Knife, il modo migliore per chiudere un disco potentissimo, tecnico ma mai pesante e soprattutto che non suona scontato e tantomeno ripetitivo nemmeno in una delle dieci canzoni. Spazio per tutti gli strumenti, per la voce graffiante di James Malone e per altri funambolici assoli chitarristici. La 11° traccia è la cover His Eyes degli Pseudo Echo, dove peraltro troviamo il secondo ospite dell’album a prestare la voce dai The Black Dahlia Murder, mister Trevor Strand. Quella che in origine è una ballata pop/elettronica diventa una frustata di death metal melodico dalla quale magari trarre ulteriore spunto per i prossimi lavori.

 

Visitant è uno tra i dischi migliori del 2018, senza dubbio nella mia top ten death metal di una dozzina di mesi che hanno regalato molto a noi appassionati delle sonorità estreme, dove alcuni si sono cimentati su territori inesplorati ed altri, come in questo caso, hanno affinato la propria capacità di scrivere ottima musica, senza scendere a compromessi o snaturare il sound forgiato con i dischi precedenti. Si è fatto attendere 5 anni, ma il risultato che abbiamo tra le mani giustifica ogni singolo minuto di speranza nel tornare a sentire qualcosa di nuovo che portasse il nome Arsis sulla copertina. Non c’è un attimo di insicurezza, non c’è il minimo sentore di stantio o di mancanza di ispirazione e ti tiene le cuffie in testa nonostante le fucilate di blast beat e doppia cassa disseminate senza sosta dall’inizio alla  fine. L’elevata capacità tecnica è meticolosamente celata dietro a canzoni in-your-face che ti entrano in testa sin dal primo ascolto, per diventare un’ossessione fatale che scaccia i dubbi che certi detrattori cominciavano a nutrire verso il combo americano. Fatelo vostro.

 

Brani chiave: Tricking The Gods / Fathoms / A Pulse Keeping Time With The Dark

 
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